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L'Isil, e la minaccia dell'islamismo

Sono passati due mesi dall’inizio della battaglia per la liberazione di Mosul.

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L'Isil, e la minaccia dell'islamismo

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Sono passati due mesi dall’inizio della battaglia per la liberazione di Mosul. Obiettivo dell’operazione della coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti, è la liberazione dell’ultima roccaforte irachena nella mani dell’Autoproclamato Stato islamico. L’offensiva, studiata nei minimi dettagli per porre fine alle violenze di Abu Bakr al-Baghdadi, si distingue sia per la sua portata simbolica che strategica. Anche se al rallentatore la conquista di Mosul con la parte orientale ormai riconquistata dall’esercito di Baghdad. In Siria invece Daesh hanno ripreso il quasi totale controllo di Palmira. I raid di Mosca non sono riusciti ad impedire agli jihadisti di rientrare nella città, che aveva già occupato nel marzo 2016. Ora la domanda è: dove e come si finanzia l’Isil?

Sono passati due mesi dall’inizio della battaglia per la liberazione di Mosul. Obiettivo dell’operazione della coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti, è la liberazione dell’ultima roccaforte irachena nella mani dell’Autoproclamato Stato islamico. L’offensiva, studiata nei minimi dettagli per porre fine alle violenze di Abu Bakr al-Baghdadi, si distingue sia per la sua portata simbolica che strategica. Anche se al rallentatore la conquista di Mosul con la parte orientale ormai riconquistata dall’esercito di Baghdad. In Siria invece Daesh hanno ripreso il quasi totale controllo di Palmira. I raid di Mosca non sono riusciti ad impedire agli jihadisti di rientrare nella città, che aveva già occupato nel marzo 2016. Ora la domanda è: dove e come si finanzia l’Isil?

Lo Stato secondo Al-Baghdadi

Aristotele aveva costruito il fondamento della “cosa pubblica” su un’idea ben precisa: ogni città è una comunità. Per il Califfato invece “ogni città è una comunità sottomessa”. In base a questo principio l’Isil intende costruire la sua comunità (ummah), puntando sul ripristino della grandezza dell’Islam. In base al concetto di jihad, la strategia di Daech mira a riaffermare quel pensiero estremista nato nel XIII secolo. A livello internazionale, Daech punta tutto sulla propaganda, fatta attraverso i media, dai social alla sua agenzia di stampa “Aamaq”. I militanti, sparsi in tutto il mondo, comunicano e diffondono messaggi politici e strategici, seminando dal 2013, il terrore in tutta Europa e non solo.

Abu Bakr al-Baghdadi è un terrorista iracheno, califfo dell’autoproclamato Stato Islamico, entità non riconosciuta sorta nel giugno 2014 in alcuni territori tra l’Iraq nord-occidentale e la Siria orientale, di cui è considerato il leader. Al-Baghdadi rappresenta una sorta di connessione per tutti gli jihadisti.Sulla sua testa pende una taglia di 10 milioni di dollari. Ma nessuno finora l’ha tradito. Come Osama Bin Laden prima di lui, da oltre cinque anni Al Baghdadi è l’uomo più ricercato al mondo.

La sua organizzazione pratica l’islam salafita. Ideologia che nasce all’inizio del ’900 e prende piede intorno alla fine degli anni ’70. Consiste in un ritorno alle fonti, una reinterpretazione radicale, tradizionalista e fortemente anti-occidentale, delle “sure coraniche”. L’Isil ha un’ideologia decisamente radicale, considerando gli sciiti come eretici e quindi peggio degli infedeli.

Origini del Califfato

Dopo la morte di Maometto, l’Islam è diviso e nella lotta interna prevalgono i primi compagni del profeta. Abu Bakr è il primo califfo; dopo di lui lo diventa Omar, fondatore delle istituzioni dell’Islam, che guida i musulmani nella conquista di Vicino Oriente, Mesopotamia, Persia ed Egitto. I successivi califfi Uthman e Alì cadono vittime delle lotte interne e il califfato diventa ereditario nelle mani della potente stirpe degli Omayyadi.

Gli Omayyadi trasferiscono la capitale a Damasco, rendondo il potere politico in parte autonomo da quello religioso e provocando una violenta reazione degli Sciiti, contrari alla laicizzazione contro gli ortodossi sunniti. In quest’epoca l’Islam si espande a est fino all’India e a ovest su tutto il Nord Africa fino alla Spagna.

Gli Abbasidi dal 750 si sostituiscono agli Omayyadi con i quali la civiltà islamica raggiunge il suo massimo splendore e la nuova capitale Baghdad è sede di una corte ricchissima, in cui i califfi gestiscono il potere come re orientali affiancati da un primo ministro il “visir”

Il Califatto di Al-Ma’Mun: rappresentò il periodo di massima fioritura culturale in quanto l’Islam scoprì la filosofia e la scienza greca e in seguito il califfo fondò a Baghdad la casa della sapienza a cui collaborarono molti studiosi cristiani e musulmani.

A metà del XIII secolo, un esercito mongolo, arrivato da sud-est dell’Asia, occupa la Persia. Nel 1257 il Khan mongolo Munke decise d’imporre il suo solido controllo sull’Iraq, la Siria e la Persia. Inviò pertanto il fratello Hulegu Khan in Persia, chiedendo che il califfo si recasse direttamente da Hulegu per incontrarlo e prendere disposizioni, consegnandogli truppe utili a prendere sotto controllo lo stato ismailita. ll califfo respinse le ingiunzioni mongole. Nel novembre del 1257, sotto il comando personale di Hulagu fu posto quindi l’assedio a Baghdad. La città tra il 29 gennaio ed il 10 febbraio e venne dunque saccheggiata e rasa al suolo. La caduta di Baghdad, una delle città più popolose e ricche dell’epoca nonché probabilmente la più importante del mondo musulmano, suscitò grande scalpore e sconforto tra gli islamici. La città venne ricostruita e si riprese economicamente col tempo, tornando a fiorire già sotto l’Ilkhanato.

Ibn Taymiyya

Ibn Taymiyya, apparteneva al madhhab fondato da Ibn Hanbal e credeva quindi nel ritorno all’Islam delle origini e alle sue fonti originarie (Corano e Sunna). Esponente del pensiero hanbalita, sottolineò la necessità di perseguire la jihad, considerata dal suo madhhab il sesto degli arkan al-Islam. Fosse anche solo per questo motivo, Ibn Taymiyya è considerato dai fondamentalisti islamici il loro vate e il loro modello.

Il suo richiamo alla jihad contro i Mongoli non era solo auspicabile, ma obbligatorio. Partiva dalla convinzione che i Mongoli potevano non essere veri musulmani, anche se si erano formalmente convertiti da poco al Sunnismo, perché governavano usando leggi fatte dall’uomo piuttosto che la legge islamica (shari’a), vivendo di fatto in uno stato di jāhiliyya, cioè di pagana ignoranza preislamica. “Ogni gruppo di musulmani che trasgredisce alla legge islamica… deve essere combattuto, anche quando esso continui a professare il credo”. Altra questione importante è la sua considerazione che i Mamelucchi, per aver combattuto i Mongoli, avevano ogni caratteristica per poter essere validi Califfi, specialmente dopo che il Califfato abbaside era stato distrutto nel 1258 dai Mongoli di Hulegu. Ciò malgrado essi non fossero Arabi, come invece richiedeva (ma non obbligatoriamente) la dottrina sunnita maggioritaria, espressa da Mawardi nei suoi Ahkām al-sultāniyya.

La sua attività di dotto lo poneva in un atteggiamento di forte critica nei confronti di ciò che dai lui era chiamata “modernità”. Era convinto infatti che soltanto le prime tre generazioni dell’Islam fossero modelli privilegiati da seguire e autentici interpreti di una vita perfettamente islamica. Il loro esempio, insieme al Corano, era un insegnamento di vita infallibile. Qualsiasi deviazione o modifica era vista come una bid’a, una perniciosa innovazione, un allontanamento dalla verità delle origini, e per questo proibita.

Il martirio di Ibn Abdel Wahhab

Le divisioni interne e le tensioni sull’Isil che si avvertono in Arabia Saudita possono essere comprese solo se si conosce quel dualismo che sta alla base della dottrina e della storia del Regno.

Un tratto dominante dell’identità Saudita risale direttamente a Muhammad ibn ‘Abd al-Wahhab (il fondatore del Wahhabismo), e al modo in cui il suo puritanesimo radicale fu adoperato da Ibn Saud.

Il secondo punto di questo dualismo risale alla svolta impressa da Re Abd-al Aziz in direzione della forma stato negli anni ’20: il freno che impose alla violenza Ikhwani; la sua istituzionalizzazione di quell’originario impulso wahhabita, spingendo gli instabili Ikhwani fuori dal paese – avvenne attraverso una rivoluzione culturale, invece che una rivoluzione violenta nel mondo musulmano. Come già Taymiyyah prima di lui, Abd al-Wahhab era convinto che il periodo trascorso dal Profeta Maometto a Medina incarnasse l’ideale della società musulmana (il “migliore dei tempi”), cosa che tutti i musulmani avrebbero dovuto aspirare ad emulare.

Uno dei principi fondamentali della dottrina di Abd al-Wahhab è diventato cardine del takfir. Secondo la dottrina takfiri, Abd al-Wahhab e i suoi seguaci avrebbero potuto dichiarare infedeli i propri correligionari musulmani in qualsiasi occasione questi si fossero dedicati ad attività che minacciavano di entrare in contrasto con il principio di sovranità dell’Autorità assoluta.

Non esiste niente che distingua il Wahhabismo dall’Isil. La frattura arriva dopo: dalla successiva istituzionalizzazione della dottrina di Muhammad ibn ‘Abd al-Wahhab, che recitava “Un Sovrano, Un’Autorità, Una Moschea” – tre capisaldi che l’interpretazione faceva riferire al Re saudita, all’autorità assoluta del Wahhabismo ufficiale, e al suo controllo della “parola” (cioè la moschea).

La negazione da parte dell’Isil di queste tre capisaldi, sui quali l’intera autorità sunnita poggia tutt’ora, è la frattura che rende l’Autoproclamato Stato Islamico un’entità che da qualsiasi altro punto di vista rispetta e si conforma al Wahhabismo, una grave minaccia per l’Arabia Saudita.

Isil e Wahhabismo

Da un lato l’ISIS è profondamente wahhabita. Dall’altro è ultraradicale in modo completamente diverso. Daesh è un movimento “post-Medina”: guarda al comportamento dei primi due califfi, più che a quello dello stesso Profeta Maometto, e cerca in qualche modo di emularlo, negando con forza l’autorità saudita.

Al-Baghdad, il Califfo nero dello Stato islamico

Di Al-Baghdadi si conosce ben poco. Forse Imam all’epoca della seconda invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, entrò in contatto con Al-Qaeda, sempre in Iraq, all’epoca di al-Zarqāwī. In seguito divenne noto come l’Emiro di Rāwa, ovvero come colui che presiede tribunali religiosi volti a giudicare i cittadini accusati di aiutare il governo iracheno e le forze della coalizione. Per reclutare militanti si basa su un metodo già utilizzato nei secoli XI, XIII e XVIII.

Nell’aprile del 2013 Al-Baghdadi rompe con al Qaeda e dichiara di avere una propria politica autonoma, facendo uccidere in Siria l’arbitro inviato da Zawahiri per dirimere i contrasti con i qaedisti siriani. Forte di successi militari ancora inspiegabili contro eserciti descritti come i più potenti della regione, il credito di Al-Baghdadi continua a far presa su migliaia di giovani disadattati di mezzo mondo in cerca di una ragione per vivere e morire.