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Brexit, la scommessa persa dall'Europa


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Brexit, la scommessa persa dall'Europa

“To be or not to be in Europe”

È la domanda del referendum convocato oltremanica da David Cameron, il premier britannico, che rimette nelle mani dei suoi concittadini la decisione di restare o meno in Europa.

È l’inizio di una stagione di sondaggi sbagliati, di scommesse perse, di referendum da non convocare. Forse. O forse no.
David Cameron promette ai britannici il referendum per la Brexit, neologismo per indicare l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, nel corso della campagna elettorale per le legislative del 2015.

Vuole vincerle e anche questa promessa sicuramente lo spinge alla vittoria.

Entrati nella Comunità europea nel 1972, i britannici non hanno mai partecipato con grande entusiasmo.

I fautori della Brexit ingaggiano due pesi da novanta per convincere i recalcitranti a votare contro l’Ue.

Il leader del partito euroscettico UKIP, Nigel Farage, e l’ex sindaco di Londra, il conservatore Boris Johnson.

Nigel Farage ex leader dell’UKIP:

“Non abbiamo più neanche un passaporto britannico e abbiamo l’Unione europea!”.

Boris Johnson, ex sindaco di Londra:

“Dobbiamo deciderlo adesso, perché altrimenti continueremo a essere come passeggeri prigionieri di un minitaxi, dotato di un GPS, guidato da qualcuno che non conosce l’inglese e che prende la direzione opposta alla nostra”.

La campagna elettorale inizia, i fautori del sì e del no si danno battaglia, la posta in gioco è enorme e varca i confini britannici.
Le più grandi personalità internazionali intervengono sul voto che si terrà il 23 giugno.

Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo:

“Sono fortemente convinto che il Regno Unito abbia bisogno dell’Unione europea e l’Unione europea del Regno Unito”.

Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea :

“Ho sempre sostenuto di volere la Gran Bretagna nell’Unione sulla base di un accordo equo”.

François Hollande, presidente francese: “Non voglio incutere paura, ma credo che ci saranno conseguenze pesanti se Londra lascerà l’Unione europea”.

Barack Obama, presidente americano :

“Gli Stati Uniti vogliono un Regno Unito forte come partner e il Regno Unito offre il meglio nel contribuire a avere un’Europa forte”.

La campagna elettorale è feroce.
Il 16 giugno, il dramma.

La deputata laburista Jo Cox viene uccisa a Birstall, nel nord del’Inghilterra, ha 42 anni e si recava a una riunione in favore della permanenza della Granbretagna nell’Ue.

Si decide di sospendere per qualche giorno la campagna elettorale, i sondaggi danno i favorevoli all’Unione in rimonta.
Il 23 sera è con grande sorpresa quindi che l’Europa viene a conoscenza dell’esito del referendum.

Circa il 52% dei britannici sono favorevoli a uscire dall’Unione.

Dopo l’ondata che ha portato all’allargamento dell’Ue, il club comunitario perde il suo primo stato membro.

I fautori del no esultano.

Nigel Farage abbandona la politica e Boris Johnson dice che non sarà il prossimo premier.
Quanto a David Cameron, come annunciato, si dimette.

David Cameron:

“Non credo di dover essere io il capitano che condurrà il Paese verso la sua prossima destinazione”.

Cameron partecipa all’ultimo summit europeo.

Il timone del Paese passa a Theresa May, scelta dai conservatori, a luglio, per succedere a Cameron.

Con lei inizia il processo legislativo che porterà al divorzio britannico dalla Ue.

Il processo dovrebbe durare non più di due anni; è ancora presto per avanzare ipotesi sulle eventuali conseguenze.

Oltremanica resta un retrogusto amaro per l’esito del referendum, ritenuto una beffa soprattutto dai giovani, che si sentono derubati del proprio futuro europeo.

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