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La vita di Mokdad, profugo iracheno in Svezia


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La vita di Mokdad, profugo iracheno in Svezia

Svezia e il gelo sulle domande di richiesta d’asilo

Siamo a Riksgränsen nel nord della Svezia. La località sciistica apre solo da metà di febbraio, prima non c‘è mai luce. Il giorno sembra non esistere. Nell’ottobre del 2015, l’hotel del resort aveva aperto le sue porte non a turisti e sciatori, ma ai rifugiati. Una soluzione temporanea presa dal governo svedese dopo l’arrivo di circa 164 mila profughi in pochi mesi.

I centri di accoglienza non bastavano per tutti, e la località sciistica più settentrionale del Paese aveva, così, accolto circa 600 rifugiati in gran parte provenienti da Siria, Afghanistan, Iraq e Eritrea. Lo scorso gennaio, noi di Euronews abbiamo incontrato alcune di queste persone che erano arrivate in Svezia in cerca di un rifugio sicuro. Tra loro c’era un giovane uomo di 29 anni, Mokdad Ayad Al Jobri, scappato dall’Iraq. “La situazione era terribile: morti, massacri, attacchi. Il momento più duro è stato quando ho lasciato i miei figli e la mia famiglia, èstato molto difficile”, ci raccontava Mokdad Al Jaburi.

Come la maggior parte dei rifugiati, il viaggio di Mokdad è stato pericolosissimo: dalla Turchia alla Grecia e poi attraversando l’Europa è arrivato in Svezia. La moglie e i due figli, di 3 e 5 anni, sono rimasti a Baghdad. Qui a Riksgransen ha lavorato con alcuni compagni, come cuoco. La sua speranza è ottenere l’asilo. “Per cominciare, ho bisogno di un permesso di soggiorno per portare qui i miei parenti, i miei figli e la mia famiglia, e trovare un altro lavoro”, ci spiegava Mokdad.

La storia di Mokdad Al Jaburi, un anno dopo

Questo è quello che ci aveva raccontato un anno fa. Siamo tornati di nuovo in Svezia. Non nell’estremo nord ma in una città chiamata Fagersta.

euronews: “Quando ci siamo conosciuti con Mokdad circa quasi un anno fa, lui sperava di ricongiungersi con la famiglia. Siamo tornati per sapere com‘è andata. Lo abbiamo trovato in questo centro di accoglienza a due ore di macchina da Stoccolma. Siccome non era permesso fare riprese all’interno, gli abbiamo chiesto di uscire e raccontarci la sua vita da quando è qui.”

Mokdad si trova qui dalla metà dello scorso febbraio. Il suo amico Sameh, siriano, gli fa da interprete, lui non parla inglese o svedese. Fino allo scorso anno nel centro c’erano circa 600 rifugiati, ma il posto ne poteva ospitare solo 300 persone. Ora pare che le condizioni siano migliori ma per le telecamere la zona è sempre off limits. Come è arrivato fin qui Mokdad?

“Il contratto di lavoro era una temporaneo. Quando è scaduto ci hanno ridistribuiti in tutta la Svezia. Alcuni sono andati a nord, altri sono a sud e altri a ovest, perché quando inizia la stagione sciistica tutti abbiamo dovuto abbandonare l’albergo”, ci racconta ora Mokdad che dice di essere deluso per quanto riguarda il permesso di soggiorno, perché forse non riuscirà mai ad ottenerlo.

Per Mokdad questi ultimi mesi non sono stati affatto facili. Inoltre senza un permesso di soggiorno, Mokdad non ha accesso ai corsi di lingua e di formazione professionale. Lui, e il suo amico, trascorrono la maggior parte della loro giornata dentro al centro, parlando dei loro cari. O facendo qualche passeggiata nel centro.

Svezia più dura con i rifugiati?

Non è semplice ottenere il permesso. Le procedure complicate. Arido Degavro è un avvocato specializzato in diritti dei richiedenti asilo. Ci spiega che i lunghi tempi di attesa sono dovuti al gran numero di rifugiati. Rifugiati, come Mokdad, che hanno bisogno di qualcuno che li segua e li assista, legalmente. Poi dipende anche dal paese di provenienza. “Per chi arriva da Baghdad è complicato, per l’ufficio immigrazione la capitale è poco sicura, anche se le organizzazioni per i diritti umani dicono il contrario in base ai diversi dossier stilati sull’Iraq. Ma Baghdad resta relativamente poco sicura in base all’ufficio immigrazione”, ci spiega l’Avvocato Degavro.

Dallo scorso anno, la Svezia ha inasprito le sue leggi in materia di asilo. I visti per i rifugiati devono essere riesaminati ogni tre anni, alcuni ogni 13 mesi. Prima era diverso. Per Mokdad quel periodo nel nord della Svezia è pieno di ricordi felici. Con alcuni compagni è rimasto in contatto. L’uomo siriano intervistato in questo reportage vive sempre al nord con la famiglia. Loro hanno il loro permesso di soggiorno. Ali, un iracheno, vive nel centro del Paese. Il suo status è ancora al vaglio delle autorità. “Non ho alcuna speranza o motivazione. Perché è un anno e due mesi che sto aspettando un colloquio. E poi quanto tempo deve passare prima di avere una risposta? Un anno? Sette mesi? sei mesi? Chi lo sa?”, prosegue Mokdad.

Se Mokdad dovesse ottenere il permesso di soggiorno, ci sarebbe un altro processo altrettanto lungo: quello del ricongiungimento familiare. Un attesa infinita. “C‘è una legge in Svezia sugli stranieri che dice che se si lavora 4 mesi durante la procedura di asilo nella stessa azienda, e si dispone di un contratto per almeno un anno e lo stipendio è regolare, allora si ha la possibilità di presentare domanda per un permesso di lavoro, anche se la domanda di asilo viene respinta. Se si non si parla inglese o svedese sarà molto difficile trovare il lavoro. E chi non parla queste due lingue spesso si ritrova ad aspettare, senza molte speranze”, conclude l’Avvocato Degavro.

Ogni storia può essere raccontata in molti modi: osserva le diverse prospettive dei giornalisti di Euronews nelle altre lingue.

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