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Lascia o raddoppia? Renzi e il referendum costituzionale


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Lascia o raddoppia? Renzi e il referendum costituzionale

Domenica 4 novembre gli elettori italiani andranno alle urne per approvare o respingere la riforma costutuzionale disegnata dal governo di Matteo Renzi.

Si tratta di un cambiamento profondo nell’assetto dei poteri istituzionali, approvato nel corso dell’iter parlamentare non senza polemiche perfino all’interno della stessa maggioranza di governo.

Per l’enfasi che lo stesso Renzi ha usato parlando delle sue aspettative di vittoria, la cosnultazione, oltre a rispondere al quesito specifico, rappresenterà anche una sorta di giudizio sull’operato dell’esecutivo.

La posta in gioco

La riforma punta a eliminare il bicameralismo perfetto (trasformando il Senato in assemblea eletta dai consigli regionali e priva del diritto di dare la fiducia ai governi), le Province e il Consiglio nazionale dell’Economia e del lavoro.
Inoltre, introduce l’istituto del referendum consultivo e ridefinisce le soglie minime delle firme necessarie per la presentazione di proposte o di richieste referendarie.

L’intreccio legge elettorale-riforma costituzionale

Le riforme costituzionali, e in particolare la ridefinizione del Senato, rendono necessarie modifiche alla legge elettorale. Le norme che regolano il processo elettivo non sono incluse nella Costituzione ma fanno parte della regolamentazione attraverso legge ordinaria.

La legge elettorale precedente all’Italicum, approvata sotto il governo di Silvio Berlusconi, è stata giudicata incostituzionale dalla Corte, che ha sollevato diversi punti critici, prima di tutto quelli legati alla possibilità per i partiti di scegliere gli eletti.

Le nuove norme, ricomprese nel progetto di legge elettorale conosciuto come “Italicum”, rimediano solo in parte alle obiezioni di incostituzionalità. D’altra parte proprio sull’Italicum pende un giudizio di legittimità che la Corte Costituzionale ha rinviato a dopo il referendum.

I sostenitori della riforma costituzionale sostengono che la legge elettorale potrà essere facilmente modificata a prescindere dal referendum di dicembre.

Al contrario, chi è schierato per il No sottolinea come la combinazione di una riforma che prevede assieme alle riforme istituzionali anche un premio di maggioranza giudicato anomalo dalla Corte Costituzionale possa aprire le porte a una sorta di “Terza repubblica”.

La legge elettorale

Se al referendum vince il SI il bicameralismo perfetto, ovvero due camere legislative con le identiche funzioni (compresa quella di votare la fiducia ai governi), scomparirà.

Al posto del Senato così come è conosciuto, ci sarà una assemblea formata da rappresentanti delle Regioni, scelti secondo procedure non ancora definite.

I sostenitori del SI indicano nella gratuità delle funzioni dei nuovi senatori la novità capace di far risparmiare denaro pubblico; quello del NO sottolineano come il risparmio sia solo figurativo (ai nuovi senatori andranno rimborsate le spese), mentre ai componenti della nuova assemblea verrà comunque riconosciuta l’immunità parlamentare.

Altro punto di disaccordo è se il bicameralismo perfetto sia causa di ritardi legislativi: chi vota NO mostra le tabelle da cui risulta che la rapidità nell’approvazione delle leggi dipenda dalla coesione politica della maggioranza più che dal bicameralismo.

La legge elettorale, inoltre, dovrebbe recepire le osservazioni della Corte Costituzionale, in particolare sul quorum minimo per ottenere il premio di maggioranza e sulla elezione dei parlamentari senza preferenze ma ricorrendo alle scelte operate dai partiti in sede di definizione delle liste e delle candidature. I sostenitori del NO ritengono che i rilievi della Corte non siano stati abbastanza presi in considerazione.

Cos’altro ancora?

Chi critica la riforma costituzionale punta l’indice sul fatto che 2 dei 5 giudici costituzionali di nomina parlamentare saranno elettid al Senato (a sua volta non eletto direttamente dai cittadini).

Diverse vedute anche sul ruolo delle Autonomie locali. Mentre il nuovo Senato riceve l’attributo “delle Autonomie e dei Territori”, l’impianto della riforma sul Tutolo V della Carta rende questi ultimi subalterni (più di quanto non succeda oggi) all’esecutivo.

Questa circostanza, secondo alcuni costituzionalisti, potrebbe costituire una base per un potenziale conflitto di attribuzioni tra Stato e Regioni superiore all’attuale.

Le ragioni del SI e quelle del NO

Il governo Renzi presenta la riforma costituzionale come un provvedimento di modernizzazione delle istituzioni politiche italiane. I suoi critici parlano di una modifica che rafforza il potere del primo ministro e della sua maggioranza e relega l’opposizione a una condizione di marginalità.

I sostenitori del SI affermano che la riforma farà risparmiare, sia eliminando gli stipendi dei 315 attuali senatori, che tagliando organismi come il Cnel. I sostenitori del NO negano che il risparmio sia significativo: ai neosenatori dovranno essere rimborsate le spese di viaggio e permanenza a Roma, e dagli attuali 540 milioni di spesa annuale si passerebbe a 500 milioni.

Tra gli altri cambiamenti su cui si discute rientrano le modifiche sulle firme da raccogliere per referendum e proposte legislative.

La vera partita

Sulla riforma e sul referendum Matteo Renzi si gioca tutto. Mesi fa aveva personalizzato il voto legandolo alla sua permanenza nella vita politica (“Se vince il NO me ne vado”), prima di cambiare avviso, sotto la spinta dei consigli dell’ex presidente della Repubblica Napolitano e anche di Jim Messina, lo spin doctor statunitense assoldato per definire una strategia vincente.

I favorevoli alle modifiche costituzionali insistono nel dire col SI al referendum si apre la strada alla modernizzazione delle istituzioni. All’opposto, i contrari, denunciano una strumentalizzazione politica della consultazione, schiacciata sull’orizzonte politico del governo.

Il referendum italiano e l’Europa

Se a dicembre il governo Renzi venisse sconfessato dal risultato referendario, fuori dall’Italia sarebbe difficile non leggere ciò come un segno di sfiducia nei confronti dell’esecutivo, un po’ come è accaduto a Londra in occasione del voto sulla Brexit.

In questo caso il problema sarebbe non solo di Renzi, ma anche di Bruxelles, alle prese con un nuovo segnale di perdita di coesione a livello europeo. Da qui le aspettative del premier italiano, di ricevere più o meno dichiaratamente il sostegno degli altri partner.

Per imporsi e prevalere il primo ministro italiano avrà bisogno anche di un atteggiamento benevolo da parte degli organismi europei, che pur di non far calare ulteriormente la popolarità del premier dovrebbero autorizzargli una certa flessibilità sul piano economico, in modo da ridurre il numero di scontenti della politica di austerità, potenzialmente altrettanti NO al referendum.

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