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I cinguettii dell'elefante


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I cinguettii dell'elefante

Cinguettava molto, ma di una cosa mancava sicuramente: la leggerezza.
Donald Trump è sempre stato caratterizzato da quel cinguettio elefantiaco che rischiava di allontanare un pubblico preziossimo, nella fase cruciale in cui finisce la provocazione e bisogna già giocarsela da presidenziabile, se non da presidente.

Sicché, per restare in metafora, gli hanno annodato la proboscide, a credere al New York Times ed altri fogli forse non del tutto d’area democratica ma visibilmente più schierati a favore della Clinton, in questa campagna presidenziale.

Fatto sta che, dicono, Trump è stato bandito dal proprio profilo Twitter: non dalla società, ma dai propri assistenti.

La prova starebbe nel fatto che l’ultimo tweet inviato da uno smartphone Android risale a sabato: da allora solo cinguettii inviati da Iphone. Differenza di peso, perché si ritiene che Trump usi un Android e i suoi assistenti preferiscano il Made in Cupertino. O piuttosto “ideato” a Cupertino, casa madre di Apple. Prodotto poi in estremo oriente.

Insomma, pare che i suoi assistenti abbiano gentilmente chiesto al candidato repubblicano di astenersi da ulteriori cinguettii fino ad elezione avvenuta (come minimo).

Ai collezionisti diamo subito l’ultimo, quello di sabato:

Nulla di che, in effetti. Erano più divertenti quelli dei mesi scorsi, come questo di luglio, celebre perché contiene un errore ogni sette parole:

Fu il britannico Independent a sottolineare la circostanza e consigliare l’uso di un correttore ortografico. Uno di quei software, per intenderci, che se installato su uno smartphone – e quindi sotto forma di app – e usato con dovizia di linguaggio e per concetti di una certa profondità diventa assai facilmente un corruttore ortografico.

Ma, diranno i più cattivi, non è il caso di Trump.

Passi per gli errrori di battitura, soprattutto se si tratta di raptus dovuto a rilettura di un tweet della Clinton che lo definiva “unqualified loose cannon”: ma che dire di un tweet di mussoliniana memoria?

“Meglio vivere un giorno da leone che cent’anni da pecora”, era scritto. Non un tweet suo, ma un retweet di un tale @ilduce2016: ci vai, e scopri che si tratta di un profilo in cui si prende in giro Trump comparandolo a Mussolini.
Un retweet ignaro dei significati evidenti e di quelli più reconditi? Auto-ironia? Al lettore l’ardua sentenza…

Sempre il New York Times – che come detto non ha certo palesato simpatia per Trump in questa campagna – ha realizzato un elenco di ben 282 luoghi, cose o persone che sarebbero stati in qualche modo offesi da Trump .

Twitter comunque era, per Trump, un campo di battaglia: oltre ai suoi tweet, le accuse ai tweet della rivale, o al modo in cui la Cinton usa Twitter per uno screening della popolazione o per farsi credere qualcosa che non è: e così il repubblicanissimo Breitbart riprende una mail pubblicata da Wikileaks, nella quale Hillary Clinton e John Podesta discutono su come usare il “black twitter” per conquistare l’elettorato afroamericano.

E sul profilo twitter di Trump vengono spesso rilanciate notizie e accuse di questo tipo, o altre che riguardano il cosiddetto “mailgate”, la politica d’immigrazione proposta dalla rivale, eccetera.

Da domenica sul profilo Twitter compaiono solo ringraziamenti: grazie Michigan, grazie Ohio, grazie Virginia, Pennsylvania, Minnesota… Tutti inviati da Iphone, a quanto pare. Nessun Tweet da Android.

Eccone alcuni:

Tra i sostenitori di Hillary Clinton, oltre a Barack Obama che ironizza sullo scarso autocontrollo di Trump (che sarebbe dimostrato dal fatto che i suoi assistenti l’hanno messo sotto tutela), c‘è chi ne rassicura i fedelissimi: non vi preoccupate – dicono – da candidato sconfitto avrà di nuovo mano libera e tornerà quello di prima.

Si, ma… e se fosse Presidente?

PS Per i nostalgici, ecco sulla pagina Facebook di euronews una selezione di Trump-tweet:

Ogni storia può essere raccontata in molti modi: osserva le diverse prospettive dei giornalisti di Euronews nelle altre lingue.

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