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NFL: Kaepernick non si alza all'inno, ancora polemiche

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NFL: Kaepernick non si alza all'inno, ancora polemiche

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Negli Stati Uniti, non si smorza la polemica inerente la protesta che ha visto protagonista Colin Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49ers.

Prima del match contro i Green Bay Packers, Kaepernick era rimasto seduto durante l’inno nazionale per protesta contro il razzismo e la violenza della Polizia nei confronti della comunità afro-americana, scatenando ancora, a distanza di due settimane, una serie di reazioni discordanti.

“Ho sentito commenti ridicoli – dice -, non sto in piedi per dimostrare il mio orgoglio per la bandiera di un Paese che opprime i neri e le minoranze etniche, per me è più importante del football. A chi critica consiglierei di avere una conversazione con le famiglie delle persone uccise e capire, non far finta di niente perché non ha vissuto quel tipo di oppressione”.

Numerosi i supporters che hanno bruciato la maglietta del quarterback, la più venduta della NFL, così come sono in molti a difendere la sua scelta.

Per trovare una simile protesta politica nello sport a stelle e strisce, occorre risalire ai Giochi Olimpici del 1968 a Città del Messico e ai pugni chiusi di Tommy Smith e John Carlos, esibiti durante la premiazione dei 200 m.

“Si sa che non abbiamo bombardato nessuno nel ’68, al pari di Kaepernick – afferma Carlos -, quei ragazzi in piedi stanno dicendo: Qualcosa si è rotto, l’abbiamo capito da tempo; non domani, non l’anno prossimo, il problema è in crescita, iniziamo a risolverlo”.

L’undici settembre, la protesta innescata da Kaepernick è stata appoggiata dal cornerback dei Kansas City Chiefs, Marcus Peters, che ha ascoltato l’inno col pugno alzato e guantato di nero, e da quattro giocatori dei Dolphins, che invece sono rimasti in ginocchio.

Ogni storia può essere raccontata in molti modi: osserva le diverse prospettive dei giornalisti di Euronews nelle altre lingue.

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