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Brasile: il neopresidente Temer, freddo calcolatore o salvatore della nazione?

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Brasile: il neopresidente Temer, freddo calcolatore o salvatore della nazione?

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Michel Temer non ha mai dubitato di diventare il nuovo presidente brasiliano. Bisognerà vedere quanto a lungo potrà assaporare questo trionfo.
Una vittoria di Pirro per molti.

Da grande sostenitore di Dilma Rousseff, Michel Temer è diventato infatti il primo detrattore, decidendo, nel marzo scorso, di privare il governo laburista dell’appoggio del suo partito, la formazione centrista PMDB.

Da politico navigato, Temer ha intuito che l’era Rousseff volgeva al termine e ha cavalcato l’onda che l’ha portato fino alla presidenza.
Impopolare quanto Dilma Roussef, Temer deve riuscire dove Dilma ha fallito. Il neopresidente si trova di fronte un Brasile indebitato e messo in ginocchio da recessione, disoccupazione e inflazione.

Avvocato e professore di diritto costituzionale, Michel Temer entra in politica nel 1960; abile tessitore di trame politiche, ha dichiarato che non si candiderà per un secondo mandato, si pone comunque obiettivi ambiziosi per i mesi che verranno.

Michel Temer:

“Inauguriamo una nuova era, una fase di due anni e 4 mesi e a partire da questo momento ci aspettiamo molto dal governo”.

A Temer spetta peraltro l’arduo compito di riconciliare una società brasiliana spaccata in due: una parte infatti considera illegittima la sua ascesa a Capo di Stato.

Ma non è tutto, i conti pubblici, così come la forte crisi economica che attraversa il Paese, spingono il governo a riforme strutturali che toccherano il sistema pensionistico così come lo stato sociale a scapito delle fasce più deboli della società.

Michel Temer e il suo governo dovranno fare i conti anche con lo scandalo “Lavaggio express”, l’inchiesta che ha messo a nudo un sistema faraonico di tangenti, che coinvolge la compagnia petrolifera di Stato Petrobras, le imprese di costruzione e lavori pubblici e la politica.

Lo scandalo ha già obbligato il presidente a fare pulizia all’interno del suo partito portando alle dimissioni di tre ministri, tra cui il suo braccio destro Romero Juca.

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