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"Brexit": chi seguirà la strada del Regno Unito per uscire dall'Europa?

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"Brexit": chi seguirà la strada del Regno Unito per uscire dall'Europa?

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Quali sono i Paesi europei che potrebbero indire un referendum come quello che due mesi fa ha sancito l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea? La Francia sembra in prima posizione, seguita da Italia, Passi Bassi e Austria.

Francia e Unione Europea: Je t’aime, moi non plus?

Attacchi terroristici, problemi economici e la candidatura per le elezioni presidenziali del 2017 di Nicolas Sarkozy per le primarie con cui il centrodestra francese sceglierà il suo pretendente all’Eliseo: questi tre elementi potrebbero giocare a favore di Marin Le Pen, leader del Front National, e aprire la strada a un referendum per l’uscita della Francia dall’Unione Europea. Questo è il parere del professor Simon Usherwood, della University of Surrey.

Dopo la vittoria della Brexit, Marin Le Pen, leader del Front National, aveva scritto. “E’ una vittoria della libertà”, ha esultato su Twitter, dove ha cambiato la sua foto del profilo, sostituendola con la Union Jack, la bandiera britannica.

“Come chiedo da anni, ora ci vuole lo stesso referendum in Francia e in tutti gli altri paesi dell’Unione Europea”. E poi ha aggiunto: “Uscire dall’Unione Europea è possibile, come avete visto tutti. Se vinciamo le elezioni, faremo un referendum entro sei mesi”.

Il 53% del popolo francese vorrebbe che fosse indetto un referendum sull’ipotesi di Frexit, ovvero di uscita dalla Francia dall’Unione Europea. È il risultato di un sondaggio condotto dall’Università di Edimburgo a fine febbraio in sei paesi dell’Unione Europea.

Itexit

L’uscita del Regno Unito dall’Ue ha fatto esultare il fronte euroscettico, anche in Italia. Matteo Salvini, leader della Lega Nord, aveva scritto a caldo su Twitter: “Evviva il coraggio dei liberi cittadini! Cuore, testa e orgoglio battono bugie, minacce e ricatti. GRAZIE UK, ora tocca a noi. #Brexit”.

La Lega Nord non è sola, anche il Movimento 5 Stelle è tornano sulla possibilità di un referendum in cui gli italiani possano esprimersi sulla possibilità di uscire dalla Ue o dall’euro. L’articolo 75 della Costituzione impedisce referendum sulle “leggi tributarie e di bilancio, di amnistia e di indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”. Il M5s ha proposto una legge di iniziativa popolare che consenta di consultare i cittadini sulla uscita dall’euro. Le firme richieste sono almeno 50mila. Matteo Salvini ha detto, invece, che la Lega sta preparando una raccolta firme per una legge che cambi la Costituzione consentendo agli italiani di votare sui temi europei.

Il momento politico è delicato. “Comunque vada il referendum, si vota nel 2018”, ha detto il premier Matteo Renzi che non vuole legare le sorti della legislatura alla consultazione sulla riforma costituzionale, “la madre di tutte le battaglie”. Anche se perderà non andrà a casa, come aveva promesso. Una sua uscita di gioco, potrebbe lasciare spazio ai grillini che alle amministrative hanno conquistano diciannove comuni su venti in cui sono andati al ballottaggio. “Dopo il Brexit, sarà Itexit”, ha scritto già qualche mese fa Wolfgang Munchau, il columnist del Financial Times, sempre molto severo nei confronti di Matteo Renzi.

Il giorno della verità in Ungheria e Austria

Il 2 ottobre in Ungheria si terrà il prossimo referendum europeo sul tema immigrazione. Gli ungheresi dovranno esprimersi sul programma di ripartizione dei migranti stilato l’anno scorso dalla Commissione Europea. “Volete che l’Unione europea sia autorizzata a decidere l’insediamento obbligatorio di cittadini non ungheresi in Ungheria senza il consenso del Parlamento?”: è la domanda che allude chiaramente a un ruolo ingerente da parte delle istituzioni comunitarie su materie di competenza dei singoli Stati.

In Austria il 2 ottobre si ripeterà il secondo turno delle presidenziali, come deciso dalla Corte costituzionale di Vienna dopo il ricorso della destra ultranazionalista che lo scorso maggio aveva sfiorato la vittoria. In Austria l’ondata nazionalista si era fatta sentire in modo forte quando Vienna e Roma cercavano di definire la questione dei confini, che l’Austria aveva minacciato di blindare per rispondere all’emergenza profughi. Nella campagna elettorale la crisi dei migranti ebbe un ruolo decisivo: circa 90mila persone hanno chiesto asilo in Austria nel 2015, oltre l’1% della popolazione. Dalla fine della II Guerra Mondiale per la prima volta i candidati non appartenevano a nessuno dei grandi partiti politici tradizionali, i socialdemocratici e i conservatori.

Nei Paesi Bassi spopola il partito di estrema destra Geert Wilders La Brexit? “Ritengo che sia una scelta storica”, aveva detto Wilders a caldo. “Avrà enormi conseguenze per i Paesi Bassi e il resto d’Europa. Ora è il nostro turno. Penso che sia arrivata l’ora per gli olandesi di dire la loro in un referendum”. Come andrà a finire?

Ascolta l’intervista a Simon Usherwood

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