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Libertà di stampa: direttore Cumhuriyet a Premio Ischia "Turchia è una prigione"

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Libertà di stampa: direttore Cumhuriyet a Premio Ischia "Turchia è una prigione"

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A Ischia si premia la libertà di stampa. “In Turchia la democrazia non c‘è, la libertà di stampa non c‘è, è la più grande prigione dei giornalisti nel mondo”, parola di Can Dundar, direttore del giornale Cumhuriyet che tutti ormai definiscono il direttore anti Erdogan. A lui è andato un premio speciale voluto all’unanimità dalla giuria del Premio Ischia.

Gli altri vincitori sono gli attivisti del “Raqqa is being slaughtered silently”, Raqqa è massacrata nel silenzio, Alhamza Abdalaziz e Khader Almuhmed che hanno incontrato, nel corso di un dibattito, il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni.

Il Premio Internazionale di Giornalismo apre una finestra una finestra sul mondo dell’informazione globale. Dundar ha paura e lo ammette chiaramente. Del resto la sua storia parla più di tutto: 92 giorni di carcere preventivo, una condanna a 5 anni e dieci mesi di carcere per uno scoop che ha raccontato, sul giornale Cumhuriyet del quale è direttore, di come le armi passano dalla Turchia in Siria. Uno scoop che ha fatto infuriare Erdogan che gli ha promesso questo: “Ha detto che gli autori di quella storia avrebbero pagato un duro prezzo, e il duro prezzo me lo ha fatto pagare”.

Il direttore di Cumhuriyet, si è soffermato su come in Europa non ci sia sensibilità verso i Diritti Umani: “In Europa si parla solo dei migranti ma non badano troppo ai diritti umani. Quando io sono stato arrestato, ho scritto dal carcere a 28 leader europei, l’unico che ha risposto è stato il premier Matteo Renzi che ha citato la mia lettera e che ha detto che ne avrebbe parlato con il primo ministro turco”. “Erdogan non è un leader democratico ma nessuno dice nulla – ha aggiunto – ringrazio Renzi perché mi ha citato. I leader europei devono fare di più”.

Gentiloni: “Difficile immaginare il futuro della Siria se al potere continua ad esserci Bashar al-Assad”

Alhamza Abdalaziz e Khader Almuhmed hanno incontrato a Ischia il ministro degli Esteri italiano, Paolo Gentiloni.

“Per noi è un sincero piacere ricevere questo premio, ma ancora di più avere l’opportunità di raccontare al mondo, anche da Ischia, quel che facciamo e la situazione in Siria. Siamo partiti in sei, il numero di noi attivisti è poi cresciuto e oggi siamo in diciassette, animati dal desiderio di informare – attraverso la nostra attività giornalistica – i siriani e la comunità internazionale su quel che accade a Raqqa. Il popolo siriano soffre da cinque anni ed è ora di cambiare. Abbiamo tutti tra i diciotto e i ventisette anni, siamo giovani citizen journalist e vorremmo portare un cambiamento nella nostra nazione. Non abbiamo mai pensato che la soluzione possano essere le armi. Non siamo in grado di armarci. E quanto a noi due, rifugiati in Germania, non siamo certo qui per vedere l’Europa: siamo sfuggiti al regime e all’Isis. Il nostro sogno è tornare in Siria: scriviamo per realizzarlo. Raccontando la verità. E protestando pacificamente”.

“Oggi Daesh ha perso molto terreno soprattutto in Iraq ma la missione non è affatto compiuta, l’impegno della comunità internazionale resta molto importante”, ha commentato Gentiloni.

Per Gentiloni “è difficile immaginare il futuro della Siria se continua ad essere al potere Bashar al-Assad, l’attuale presidente. Il futuro della Siria, spiega al premio giornalistico in corso ad Ischia, dipende dai negoziati tra le diverse parti siriani ma non può essere affidato nelle mani di Bashar”.

Poi, per Gentiloni, saranno i siriani a decidere “con libere elezioni, se la Siria sarà un paese unitario o federale ma Bashar accetti l’idea di non essere il dominus della situazione”.

Per Gentiloni “non è impossibile liberare Raqqa da Daesh ma non è facile. Bisogna vedere se avanza verso Raqqa la parte delle forze del regime sostenute in parte da Russia e Hezbollah, dal sud, e le forze curdo-siriane appoggiate dalla coalizione internazionale dal nord. L’impostazione italiana è quella ormai da tempo di trovare una soluzione politica – ha concluso – ma le testimonianze, anche degli attivisti, ci dicono che a loro non piace essere liberati. La liberazione di una città, discorso analogo per Mosul, non è puramente militare, i liberatori possono fare danni altrettanto rilevanti. Il ruolo delle forze di opposizione è altrettanto fondamentale”.

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