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Si infiamma in Europa il dibattito sulla pericolosità del glifosato

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Si infiamma in Europa il dibattito sulla pericolosità del glifosato

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Da mesi, nell’Unione europea si discute se prolungare o meno l’autorizzazione alla vendita del glifosato, un erbicida tra i più utilizzati al mondo. Una questione che ha implicazioni non solo per l’agricoltura, ma più in generale per la salute e la biodiversità.

Michael Rubin è un allevatore. Racconta che un giorno, mentre i terreni vicini venivano irrorati di glifosato, il vento ha spinto la sostanza verso la sua fattoria: “Questo è il mio terreno, sono circa 16 o 17 ettari. Ed è letteralmente circondato da campi trattati con erbicidi”.

Michael produce carne, latte, formaggio, e anche gelato. Un’attività iniziata 18 anni fa. Con il passaggio all’euro, i benefici si sono dimezzati, ma l’azienda è rimasta in attivo. Fino al giorno in cui è arrivata la nube di glifosato, che ha provocato la morte di 34 capi.

“E’ successo dopo il raccolto della colza – spiega – In questa regione, per la colza si usano molti erbicidi. Le capre ne hanno risentito perché, al momento del trattamento, si sono trovate proprio dentro la nube tossica. Hanno avuto crampi, dissenteria, e poi sono cadute morte a terra”.

La partita sul glifosato si gioca anche a Berlino, con i partiti di centro destra favorevoli a estendere l’autorizzazione per produttori come Monsanto contrari quelli di centro-sinistra.

L’anno scorso, l’Agenzia Internazionale per la ricerca contro il cancro ha incluso il glifosato tra i “probabili” agenti cancerogeni. Monsanto minimizza: “E’ in corso una grande campagna contro il glifosato – afferma Thoralf Küchle, portavoce della multinazionale – L’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha espresso una valutazione positiva. Su questa base, l’unica decisione possibile è un rinnovo della licenza per il mercato europeo e ho fiducia che la otterremo”.

Gli erbicidi a base di glifosato sono impiegati non solo nell’agricoltura, ma anche per la cura dei parchi pubblici, così come del giardino di casa.

Von Der Briele, euronews: “Il glifosato, come il Round-Up e altri marchi, è venduto ovunque, si trova senza difficoltà”.

In Germania, ogni anno, se ne vendono 5.500 tonnellate, con cui si irrora il 40% dei terreni agricoli.

Una volta diffuso, ha una scarsa penetrazione nel suolo, ma può comunque contaminare acqua e prodotti alimentari. E anche la birra, secondo le conclusioni dell’Istituto per l’Ambiente di Monaco di Baviera.

“Ho il sospetto che la Commissione europea stia facendo un accordo sottobanco con i produttori di glifosato per estendere la licenza – spiega Karl Bär dell’Istituto – Il problema è tutto lì: gli studi che i produttori hanno fornito alle istituzioni europee vengono trattati come segreti industriali. Non è vero che chi protesta manca di credibilità. La scarsa credibilità riguarda quei ricercatori che sono sul libro paga dei produttori di glifosato. Sono loro che non hanno credibilità”.

L’Istituto per la valutazione dei rischi di Berlino è un’agenzia finanziata dal governo, che rivendica l’indipendenza dei suoi studi scientifici.

Le sue conclusioni favorevoli all’uso dei glifosati sono state un punto di riferimento anche per l’Autorità europea per la sicurezza alimentare, che su quelle ha fondato la propria raccomandazione.

Reiner Wittkowski, vice presidente dell’Istituto federale tedesco per la valutazione dei rischi: “Gli studi sulla presenza del glifosato nel latte materno, o nella birra, non si possono definire scientifici perché non rispettano i criteri qualitativi richiesti. E lo stesso si può dire per quegli studi che attribuiscono al glifosato malformazioni del feto. Da un punto di vista scientifico, non sono validi. Ogni sostanza deve essere utilizzata in modo appropriato: se ci mettessimo a bere lo shampoo, non ne faremmo un uso adeguato, e non ci sentiremmo bene”.

Secondo l’Istituto, si dovrebbero bere cento litri di birra al giorno per assorbire glifosato in quantità eccessive. Ragion per cui, gli ambientalisti che contestano l’uso di questo erbicida sono spesso accusati di creare allarmismo.

Karl Bär: “Nessun allarmismo. Piuttosto, accuso l’Istituto federale tedesco per la valutazione dei rischi di influenzare il pubblico. La questione dei cento litri di birra sembra sensata solo se si escludono le prove scientifiche che il glifosato può essere cancerogeno ed è un interruttore endocrino. Ma qui parliamo di una sostanza che è probabilmente cancerogena. Le norme europee dicono che le sostanze cancerogene devono essere minimizzate. E sui pesticidi dicono: causare il cancro è una ragione di esclusione”.

La comunità scientifica è divisa e altrettanto lo è la politica. Diversi Stati europei hanno più volte rinviato una decisione su questo tema, mentre l’opinione pubblica sembra assumere posizioni più critiche sul glifosato.

Von Der Briele, euronews: “Se si scava un po’ in questa storia, si ha la sensazione che non riguardi solo la scienza, ma la politica. Allora, parliamone con i politici”.

Harald Ebner, deputato dei Verdi al Bundestag, sostiene che l’Istituto federale per la valutazione dei rischi non tenga nella dovuta considerazione gli studi che proverebbero la pericolosità del glifosato.

“Nel suo rapporto – dice – l’Istituto fa riferimento a 1200 studi che sono stati esaminati. Ma ammette di aver ripreso tali e quali 850 di quegli studi e di aver fatto proprie le valutazioni formulate dai produttori di erbicidi. Questo è uno scandalo! Attualmente, estendere l’autorizzazione per il glifosato sarebbe inaccettabile perché il rischio che questa sostanza provochi il cancro è ancora presente”.

Reiner Wittkowski: “Abbiamo tenuto conto di tutti gli studi esistenti, tutto quello che sappiamo è stato analizzato nel corso della nostra valutazione, davvero tutto. Abbiamo esaminato ogni prova. E ora conosciamo il risultato: il glifosato non causa il cancro”.

Ariane Failer alleva cani di razza Saluki nel nord della Germania. Il suo vicino è un agricoltore che utilizza il Round-Up di Monsanto.

Dal 1992, quando si è trasferita in campagna per cominciare la sua attività, Ariane ha constatato che un numero crescente di levrieri si ammalava di cancro. A oggi, ne sono morti dodici per questo motivo.

E ci vorrà almeno un anno prima che l’Agenzia europea per le sostanze chimiche concluda il suo rapporto sul glifosato.

“Ci sono solo dieci metri tra il confine della mia proprietà e la recinzione dei cani – spiega – E’ inevitabile che il vento porti il glifosato fino a qui, non possiamo evitarlo. Manoush ha già subito un’operazione alla ghiandola mammaria, ma il tumore è tornato: adesso ce ne sono due. Il cancro si sta diffondendo”.

Tra gli allevatori è risaputo che il saluki è un cane più soggetto di altre razze al rischio di contrarre un tumore. Ma Ariane ha tracciato la linea di sangue dei suoi levrieri fino al 1920 e sostiene che non ci fossero casi di cancro, prima che si trasferisse qui. Il glifosato – dice – dovrebbe essere vietato.

“Quando ogni cosa segue i ritmi della natura, nascere e morire sono parte della vita. Morire è normale e va accettato. Ma una morte prematura causata dal glifosato non è normale. Ricordo quando morì Bushur. Era steso a terra, il muso ricoperto di sangue e saliva. Il veterinario gli praticò un massaggio cardiaco, io gli feci la respirazione bocca-a-muso, per cercare di rianimarlo. Allora gli uscì un ultimo guaito e morì. Non aveva ancora due anni. Non abbiamo il diritto di avvelenarli”.

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