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Il digiuno degli esuli di Falluja non è Ramadan

La città irachena occupata da Isil da due anni è ormai quasi completamente circondata. Gli abitanti fuggono, ma nel farlo rischiano la vita. E se sopravvivono, si ritrovano in un campo privo dei gener

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Il digiuno degli esuli di Falluja non è Ramadan

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Niente Ramadan per chi scappa da Falluja.

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"Per voler digiunare non bisogna poter mangiare? Non abbiamo niente. Prima il governo ci dava fave e lenticchie, ma negli ultimi quattro mesi non abbiamo ricevuto nulla."

Shukryia Na'im Residente di un villaggio nella periferia di Falluja

La città irachena è ormai quasi completamente circondata, secondo le forze di Baghdad, che stanno cercando di strapparla all’autoproclamato Stato Islamico.

I civili cercano di sfuggire ai jihadisti e ai bombardamenti attraversando l’Eufrate, 300 metri da sponda a sponda che sono costati la vita ad almeno quattro persone domenica – due bambini, la loro madre e un uomo -, quando la loro imbarcazione è sprofondata. Altre nove persone che dovevano trovarsi a bordo risultano disperse, secondo la polizia.

Altri residenti della città e dei villaggi nei dintorni sono stati più fortunati, per ritrovarsi però in un campo improvvisato, a pochi chilometri dalle loro case, senza cibo, senza elettricità, e in balia del caldo torrido dell’estate irachena.
Con l’inizio del Ramadan, gli esuli della tendopoli non hanno molta scelta per quanto riguarda il digiuno rituale.

Una profuga del campo lamenta: “Chi può digiunare quest’anno? Per voler digiunare non bisogna poter mangiare? Non abbiamo niente. Prima il governo ci dava fave e lenticchie, ma negli ultimi quattro mesi non abbiamo ricevuto nulla. Ci hanno portato solo saponette e detersivo, li hanno messi lì in quel container e non li hanno ancora distribuiti”.

Si stima che all’interno di Falluja rimangano intrappolati 50 mila civili, con i militanti di Isil che sparano su chi tenta di scappare. Diverse persone sono state uccise mentre cercavano di attraversare l’Eufrate, ha rivelato un rapporto del Consiglio norvegese per i rifugiati.