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Regno Unito, i dati sull'immigrazione irrompono nel dibattito sulla Brexit

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Regno Unito, i dati sull'immigrazione irrompono nel dibattito sulla Brexit

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A scaldare il dibattito sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione europea, a meno di un mese dal referendum, ci pensano le ultime cifre sull’immigrazione dell’ONS (l’Istat britannica). L’anno scorso il dato netto (cioè gli arrivi meno le partenze) ha toccato le 333 mila unità, un aumento del 6,4% rispetto al 2014. Tra quegli immigrati circa 184 mila provenivano da Paesi dell’unione.

Un risultato subito fatto proprio dai sostenitori della Brexit: “Da soli, potremo stabilire le politiche d’immigrazione in base ai bisogni della nostra economia”, dicono. Per un agricoltore dello Yorkshire che di questa economia fa parte, però, chiudere la porta ai lavoratori stranieri rappresenterebbe un danno: “Non riusciamo a trovare abbastanza manodopera locale”, racconta Guy Poskitts. “Ci sono tanti bravi lavoratori, ma non riusciamo a trovarne a sufficienza. Dobbiamo prendere europei e immigrati per occupare queste posizioni e soddisfare gli ordini”.

Come si evince dai cartelli in tre lingue, la maggioranza dei suo dipendenti viene dai Paesi baltici e dalla Polonia. Anche loro sono preoccupati: “Guardo il numero di lavoratori provenienti dall’Europa orientale che lavorano in queste fattorie e penso: se domani nessuno di loro si presentasse, non riuscirebbero a produrre nemmeno la metà del dovuto”, afferma Marika Rudik-Mis, operaia di origine estone. La fattoria ben esemplifica le tante aziende del settore agricolo, dei servizi e delle costruzioni che dipendono ampiamente da operai poco qualificati con un basso livello di retribuzione. Per mansioni che i cittadini britannici non vogliono più svolgere.

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