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Riciclare i salvagente. Così Lesbo restituisce speranza a migranti e isolani

Ieri spazzatura, oggi strumento di reinserzione sociale: una ONG li raccoglie e trasforma in borse e atri articoli. Che un domani potranno dare lavoro anche ai locali

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Riciclare i salvagente. Così Lesbo restituisce speranza a migranti e isolani

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Se dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior


Dal ricco Regno Unito alla Grecia degli sbarchi, per regalare la speranza di un lavoro a rifugiati e isolani. Cavallo di troia di Jai e Irene, 51 anni in due, sono i giubbotti salvagente lasciati dietro di sé a migliaia dai migranti in arrivo per mare. Se dai diamanti non nasce niente, cantava De André, dal letame nascono i fior. Ecco quindi l’idea di Odyssea, una ONG che dallo scorso ottobre ripulisce le spiagge di Lesbo da questi salvagente, impiegando rifugiati e volontari per regalare loro una seconda vita.

“Tutto è iniziato in maniera molto casuale, quando sono venuto a Lesbo – racconta Jai Mexis -. Cercavo soprattutto una soluzione al versante ambientale del problema. Era però già qualcosa di più di un esperimento: volevo dimostrare che anche per noi giovani greci c‘è spazio. Che tornando in patria possiamo creare qualcosa anche dalla semplice spazzatura”.



Dai gommoni spiaggiati ai giubbotti salvagente: quando l’idea viene aiutando


Di materia prima, e a costo zero, certo non ne manca. I giubbotti salvagente che Jai e Irini hanno avuto l’idea di riciclare sono quelli abbandonati dai migranti al termine delle loro traversate per mare. A Jai, greco ma che deve il suo nome alla madre indiana, l’idea viene servendo pasti ai rifugiati con un’associazione di volontariato. Allora improvvisava tende di fortuna con i gommoni spiaggiati. Oggi guida un laboratorio, in cui componenti e tessuti dei giubbotti salvagente vengono recuperati e riassemblati per farne borse o materassini, di grande utilità – e non solo pratica – per gli stessi migranti che li confezionano.



Cucire e riciclare per esorcizzare la traversata: la “terapia del salvagente”


“All’inizio i rifugiati non parlano neanche – ci racconta Irene Pfisidi, compagna di Jay e coordinatrice alla ONG Odyssea -. Sono terrorizzati, perché non sanno cosa li attende. I giubbotti salvagente però li conoscono bene, perché li hanno indossati per venire dalla Turchia. In qualche modo si tratta per loro anche di un esperimento volto a esorcizzarere il trauma della traversata”.

È quanto prova a fare Roheen: afghano, 22 anni, è uno dei pochi sopravvissuti al naufragio dell’imbarcazione con cui è arrivato dalla Grecia. Tra chi non ce l’ha fatta, anche sua madre. “Ogni volta che vedo questi giubbotti salvagente è un pugno nello stomaco – racconta -. È talmente dura che fatico a trattenere le lacrime. Rivedo mia madre. E rivedo la guardia costiera che mi dice che è stata inghiottita nel mare, che non sono riusciti a trovarla”.



Oggi volontariato, domani risorsa per tutta Lesbo: la scommessa di Odyssea


Borse, astucci e portafogli alcuni degli articoli che volontari e migranti confezionano. Tra poche settimane, alla vendita nei negozi si affiancherà quella in rete. Vero obiettivo di Odyssea è però diventare una risorsa per l’isola.



“Questo è solo l’inizio – spiega il corrispondente di euronews, Apostolos Staikos -. L’ambizione è creare una piccola azienda, qui a Lesbo, che converta questi giubbotti salvagente in borse e altri articoli. Se il progetto andasse in porto, la metà dei dipendenti sarebbero isolani e la metà rifugiati. Ma perché ciò possa accadere, a questi ultimi dovrà anzitutto essere accordato il permesso di lavoro”.