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A Milano si curano i traumi dei rifugiati

Corso Plebisciti, Milano. È qui che dal 2000 il Centro di consultazione etnopsichiatrica dell’ospedale Niguarda offre sostegno psichiatrico agli

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A Milano si curano i traumi dei rifugiati

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Corso Plebisciti, Milano. È qui che dal 2000 il Centro di consultazione etnopsichiatrica dell’ospedale Niguarda offre sostegno psichiatrico agli immigrati.

Point of view

C'è una presa in carico globale della persona, dal punto di vista dei disturbi psichici e delle malattie fisiche, ma soprattutto una presa in carico sociale. Perché queste persone sono spesso prive di qualsiasi sostegno e di supporto sociale

Uno dei circa 300 rifugiati e richiedenti asilo che si avvalgono dei servizi del centro è Jawan, curdo fuggito dalla Siria per motivi politici 15 anni fa.

Vive in un centro d’accoglienza, lontano dai suoi parenti, rifugiati in Turchia, e non riesce a trovare lavoro.

“Io mi sento come sepolto vivo – lamenta -. Ti giuro, sepolto vivo! Mi manca troppo il mio paese… Ma devo avere pazienza. Mi manca molto anche mia madre. E io sono deluso dall’Europa, molto”.

Se non è ancora crollato, dice Jawan, è grazie all’aiuto che ha trovato qui. Un aiuto dato attraverso metodi adeguati alle specificità dei pazienti stranieri.

Psichiatri e psicologi sono affiancati da mediatori linguistico-culturali – come Istarlin, che al momento in cui la incontriamo sta assistendo una giovane somala, finita vittima di abusi e torture nelle prigioni libiche dopo essere scappata dal suo paese.

L’intervento dei mediatori-interpreti è cruciale per portare i pazienti ad aprirsi, spiega Istarlin: “Appena noi interveniamo – ci sono altri mediatori, mediatrici, uomini e donne -, si sentono proprio accolti bene e parlano di tutte le loro problematiche”.

Diventa allora più facile anche fare una diagnosi e trovare le terapie più adatte.

Ma l’aiuto va ben al di là dell’assistenza psicologica e psichiatrica. Il lavoro si svolge in collaborazione con una rete che include i servizi del comune, i centri d’accoglienza e le organizzazioni umanitarie.

Il dottor Carlo Pagani, che dirige il Centro psicosociale del Niguarda di cui fa parte il Centro di consultazione etnopsichiatrica, riassume così i servizi forniti: “C‘è una presa in carico un po’ globale della persona, sia dal punto di vista dei disturbi psichici e delle malattie anche fisiche che possiamo incontrare, ma, direi, di base, una presa in carico sociale. Perché queste persone sono spesso prive di qualsiasi sostegno e di supporto sociale”.

L’approccio è pluridisciplinare. Vengono organizzati ad esempio workshop di disegno con l’obiettivo di liberare emozioni spesso difficili da esprimere a parole, dice l’arteterapeuta Eleonora Bolla: “Appena arrivano, sicuramente sono emozioni sullo spettro di umore tendente al depresso. All’inizio sono sul bianco e scuro, e poi cominciano a prender colore”.

Guerra, tortura, povertà. Che si tratti delle sofferenze vissute nei paesi d’origine, nei viaggi interminabili in cui hanno rischiato la vita, o dovute all’impatto con la nuova realtà, i traumi subiti non si contano. Ritrovare una parvenza di normalità può sembrare impossibile. Ma non lo è, sostiene il dottor Pagani: “In genere la capacità di resilienza, cioè di uscire e di superare la crisi, è molto forte per queste persone che hanno attraversato mille difficoltà, e mille le aspettano. Perché è difficile dire quando uno è arrivato e ha finito il viaggio. Per queste persone il viaggio forse dura un po’ sempre…”