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Chernobyl: viaggio nella zona di alienazione dove si lavora nonostante il rischio

Trent’anni dopo il disastro di Chernobyl permangono i timori per la salute di chi lavora nella zona di alienazione della città ucraina. All’ospedale

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Chernobyl: viaggio nella zona di alienazione dove si lavora nonostante il rischio

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Trent’anni dopo il disastro di Chernobyl permangono i timori per la salute di chi lavora nella zona di alienazione della città ucraina. All’ospedale locale Galina Latysheva, radiologa, racconta che dopo l’incidente la struttura accolse circa 19.000 lavoratori. Se prima le malattie prevalenti erano quelle cardio-vascolari e neurologiche, dopo sono stati diagnosticati soprattutto tumori.

“In pratica tutti quelli che erano malati hanno lasciato la zona di alienazione”, afferma Latysheva. “Alcuni di loro sono andati in pensione. Soltanto una parte in buona salute è rimasta qui, ma c‘è chi cerca di nascondere la malattia”.

Nella zona di alienazione lavorano, per 15 giorni al mese al massimo, i dipendenti del consorzio Novarka che realizza la nuova struttura di contenimento del reattore numero 4.

Ognuno possiede un dosimetro e se viene superato il livello annuale di radiazioni consentito il contratto di lavoro non viene rinnovato.

“Non direi che le radiazioni abbiano avuto un forte impatto sulla mia salute, ma ovviamente ci sono delle difficoltà”, sostiene Vladimir Grindiaev, ingegnere. “Ma devo insistere: l’assenza di malattie non è in discussione”.

Secondo un recente rapporto di Greenpeace, la zona di alienazione di 30 chilometri resta altamente contaminata ed è inadatta alla vita umana.

Pripyat, a quattro chilometri dalla centrale, è una città fantasma. Negli anni ’70 era un modello di città sovietica, con i suoi 50.000 abitanti, operai e famiglie, evacuati dopo il disastro.

Dmytro Polonsky, euronews: “Nel trentesimo anniversario dell’incidente la questione delle radiazioni ionizzanti a Pripyat è passata in terzo piano. Ora i problemi principali per le persone che lavorano nei dintorni sono gli edifici che rischiano di crollare e una vasta popolazione di animali selvatici”.