ULTIM'ORA

ULTIM'ORA

Panama papers: un anno di inchiesta

La vicedirettrice del Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi spiega come lavora il gruppo di lavoro internazionale

Lettura in corso:

Panama papers: un anno di inchiesta

Dimensioni di testo Aa Aa

I Panama Papers: i documenti su società offshore dello studio legale panamense Mossack Fonseca, di cui una minima parte è stata diffusa domenica scorsa.

I documenti riguardano nobili, politici, sportivi uomini d’affari e di spettacolo, e coprono un periodo di 40 anni, che va dal 1977 fino a dicembre del 2015.

A curare l’inchiesta, che è durata circa un anno, il Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi, di cui fa parte anche il settimanale italiano L’Espresso.

Stefan Grobe, euronews:

-Con noi Marina Walker Guevara, vicedirettrice del Consorzio internazionale dei giornalisti investigativi.
Qual è stato il tuo ruolo nell’inchiesta?

“Ero il project manager, il direttore d’orchestra, ma non solo, ho ricoperto vari ruoli in questa inchiesta vastissima che ha richiesto una forte cordinazione tra culture, geografie e back ground giornalistici diversi.
Abbiamo capito, che l’unico modo di trattare questi dati era avere partner locali in tutto il mondo per diffondere l’informazione e trovare le vaire connessioni.
N‘è valsa la pena, lo stress il rischio che ci siamo assunti nel condividere l’informazione con così tanti professionisti nel mondo”.

-Torniamo all’inchiesta: un anno di lavoro senza nessuna fuoriuscita di notizie. Come ci siete riusciti?

“Il nostro grande vantaggio è che siamo una rete di giornalisti, ci conosciamo, abbiamo lavorato insieme per altre inchieste. Ci fidiamo gli uni degli altri e sappiamo che se uno dà la notizia prima, se rompe questo accordo, questa persona non lavorerà più per noi.
Se il Centro internazionale avesse agito da solo o la Süddeutsche Zeitung avesse agito da sola, l’impatto sarebbe stato meno forte rispetto al risultato ottenuto pubblicando la notizia contemporaneamente dalla Cina al Cile. E così è stato”.

-Avete avuto reazioni da parte dei governi che volevano perseguire i ‘cattivi’?

“Spesso siamo contattati dai governi subito dopo: vogliono collaborare e avere accesso ai documenti, così da poter fare il vostro lavoro. E solitamente rispondiamo: no grazie. Crediamo di non essere uno struumento governativo. Crediamo che i governi abbiano le loro risorse e dovrebbero investigare sull’impiego dei paradisi fiscali. Alcuni di loro, semplicemente, non lo fanno.
Alcuni governi hanno loro interessi. È una questione non semplice”.

La nostra missione è essere indipendenti e aggressivi nel fare il nostro lavoro d’inchiesta per scoprire la verità”.

-Grandi banche internazionali rivestono un ruolo chiave negli schemi offshore. Alcune hanno dichiarato che quanto rivelato è roba vecchia? Cosa rispondete?

“Abbiamo visto che alcune banche hanno creato società offshore anche l’anno scorso. È vero che dopo la battaglia portata avanti dagli Stati Uniti contro diverse banche, quelle svizzere in particolare, abbiamo rilevato una riduzione delle società offshore registrate, almeno attraverso lo studio Mossack Fonseca. Abbiamo però notato un cambio del metodo: in alcuni casi permettono che intermediari come lo studio legale Mossack Fonseca, si occupino di una parte del lavoro, in modo da non essere più coinvolte direttamente nella creazione di una società offshore, di cui la banca si limita a gestire il conto bancario.

Alcune banche hanno reso il procedimento più difficile, chiedono più garanzie, diciamo che sono diventate più serie, ma penso che non abbiano completamente tagliato i ponti con il mondo offshore.
E sarebbe impossibile, perché molti dei loro clienti vogliono questa riservatezza”.