ULTIM'ORA

ULTIM'ORA

Radovan Karadzic: colpevole o no?

Si avvina l'ora del verdetto per Radovan Karadzic. Colpevole o no? Che significato avrà per un paese tuttora perseguitato dal suo passato?

Lettura in corso:

Radovan Karadzic: colpevole o no?

Dimensioni di testo Aa Aa

Un verdetto atteso per lungo tempo in Bosnia. Il 24 marzo la decisione finale.

Radovan Karadzic, l’ex leader serbo-bosniaco, sarà giudicato colpevole o no dal Tribunale penale internazionale dell’Aja? Tra le accuse crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. In totale 11 capi di imputazione per l’ex leader serbo-bosniaco e un processo durato più di sei anni.

Era il sei aprile del 1992 quando i Serbi, guidati da Karadzic, diedero il via all’assedio di Sarajevo durato fino al 95. Bombardamenti contro civili, massacri, distruzione e terrore. Un assedio che fece oltre 10 mila vittime. Secondo l’Aia, Karadzic fu colui che ordinò la pulizia etnica dei musulmani e dei croati di Bosnia. Il verdetto è particolarmente atteso anche a Srebrenica. Altra città devastata.

Karadzic è accusato di aver pianificato il genocidio di quasi ottomila tra uomini e ragazzi musulmani nel luglio del ’95. La peggiore atrocità della guerra in Bosnia e la peggiore in Europa dopo la seconda guerra mondiale.

In attesa del verdetto: storie di sopravvissuti

Intanto c‘è chi non vede l’ora che Karadzic venga condannato e finisca dietro le sbarre, come molti bosniaci. E chi invece lo vede come un eroe, un leader che ha solo protetto il suo popolo.

Hasan Hasan Nuhanović è un sopravvissuto al genocidio di Srebrenica. Avendo lavorato all’epoca della guerra come interprete per le forze ONU gli fu concesso di restare in un loro compound. Concessione non permessa invece ai suoi genitori e a suo fratello. Nouhanovitch ha scritto un libro: “Sotto la bandiera delle Nazioni Unite”, in cui accusa l’Onu di non aver salvato chi aveva invece promesso di proteggere.

“Mia madre è morta, mio ​​padre è morto e mio fratello è morto. Ho vissuto a Srebrenica durante la guerra. Non solo sono sopravvissuto al massacro del luglio del ’95 ma sono sopravvissuto anche alla sofferenza durata tre anni e mezzo. Eravamo completamente assediati, bombardati, sfiniti. Forse ora sono riuscito a lasciarmi alle spalle il periodo più difficile della mia vita. Il verdetto Karadzic non so se cambiarà la mia vita ma potrebbe influenzare la situazione di questa regione che non è politicamente stabile. Lo sentiamo tutti i giorni dai principali politici serbo-bosniaci che dicono che questo paese non dovrebbe esistere. E’ quello che Karadzic ha cercato di fare”, ci racconta Hasan Nuhanović.

Alla fine del 95 l’accordo di pace di Dayton mise fine alla guerra. Un conflitto che fece oltre 100 mila morti e almeno due milioni di profughi. Un accordo che divise però la Bosnia in due entità separate: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina e la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. Musulmani e croati da una parte, serbi dall’altra. L’intesa prevedeva inoltre ai rifugiati di far ritorno nelle proprie abitazioni.

Mirsad Duratovic nel ’93 cercò rifugio in Germania. Solo nel 2001 tornò nella sua città natale di Biljani nel nord-ovest della Repubblica di Serba di Bosnia ed Erzegovina. Tutta la sua famiglia fu serminata nel massacro di Biljani del luglio del ’92. Lui fu portato in un campo di concentramento. Alla fine riuscì a sopravvivere e a salvarsi. Ci sono voluti 13 anni prima che Mirsad riuscisse a trovare dove erano stati sepolti i resti del padre e del fratello. Per lui non sarà mai fatta giustizia anche con la condanna di Karadzic.

“La cosa più dolorosa per noi è che il ricordo di Karadzic è sempre presente. Qui nella la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina dove c‘è stato un genocidio, qui nelle cassette con le ossa di mio fratello, mio ​​padre, mia nonna e tuti i membri della mia famiglia. La giustizia per le vittime sarebbero il processo di Karadzic e Mladic e la dissoluzione di questo Stato fondato sul genocidio. Questa sarebbe la vera giustizia per le vittime”, racconta Duratovic.

Tante storie. Diverse tra loro. Come quella di Milomir Kovacevic, serbo-bosniaco. Anche lui ha vissuto la guerra. Poi è emigrato in Francia. Oggi lavora come fotografo e qui a Sarajevo ha allestito una mostra fotografica con protagonisti i bambini vittime di quel conflitto. Ma di Karadzic preferisce non parlare.

“Non mi piace parlare troppo ma non so il perché. Ho già perso molte cose a causa della guerra. Spesso ci domandiamo se Karadzic sia davvero colpevole. Lo è davvero? Perché non avrebbe potuto fare tutto da solo. C’erano così tanti eserciti, perché le Nazioni Unite che erano qui presenti non hanno fatto nulla? Ci sono situazioni e fatti molto complessi di cui non mi piace parlare perché c‘è troppa manipolazione. Siamo stati un pò abbandonati da tutto il mondo e ora tutti si nascondono dietro a Karadzic”, ci dice Kovacevic.

Per Milovan Bjelica è importante far capire che non tutte le vittime della guerra in Bosnia furono musulmani. Qui ci mostra il cimitero dove sono sepolti anche migliaia di serbo-bosniaci. Durante la guerra, Bjelica fu molto vicino a Karadzic. Per lui il ruolo dell’ex leader viene ancora frainteso: “Radovan Karadzic non ha mai preso alcuna decisione da solo. Ha organizzato incontri con i suoi stretti collaboratori, il Vice Presidente, il Presidente del Parlamento, il primo ministro, e i generali e discusse a lungo con loro. Karadzic è stato un grande democratico. Durante quel periodo furono in tanti a criticarlo per non aver voluto dichiarare lo stato di guerra.”

Non c‘è dubbio che, indipendentemente dal verdetto, chi ha vissuto la guerra non potrà mai cancellare quegli orrori. Orrori di uno dei periodo più atroci della storia contemporanea.

“Spero almeno che una parte della società serba accetti il verdetto come un atto di giustizia. O come la verità. Non so cosa sia più importante. Se la giustizia o la verità. Ma entrambe le cose dovrebbero essere parte del verdetto. Non mi interessa la pena, quanti anni dovrà scontare in carcere. Questo è l’unica concessione che possiamo avere su ciò che è accaduto durante quel periodo di guerra”, conclude Hasan Nuhanović.