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Un piano per rilanciare l'economia cinese

Malgrado la frenata della crescita e l’alta volatilità sui mercati, non ci sarà un brusco atterraggio dell’economia cinese. Così il premier Li

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Un piano per rilanciare l'economia cinese

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Malgrado la frenata della crescita e l’alta volatilità sui mercati, non ci sarà un brusco atterraggio dell’economia cinese.

Così il premier Li Keqiang di fronte ai 300 delegati del Congresso nazionale del popolo, che ha approvato il nuovo piano quinquennale 2016-2020 con oltre il 97% dei voti.

Un plebiscito che non sorprende, anche se il piano è quello che dovrebbe trasformare profondamente il modello economico, spostandolo da un modello basato su export e manifattura a uno orientato su servizi e consumi.

Li Keqiang:

“Siamo pienamente fiduciosi sulla crescita economica cinese nel lungo periodo”.

Il piano punta a una crescita compresa tra il 6,5% e il 7% da qui al 2020, con un raddoppio dei redditi pro capite rispetto ai livelli del 2010.

E più precisamente il Pil passerà da 67 miliardi di yuan (oltre 9 mila miliardi di euro) a 92 miliardi di yuan nel 2020 (14 mila miliardi di euro).

Anche se per il premier riforme strutturali e crescita non sono in contraddizione, la ristrutturazione, soprattutto nell’industria pesante, non sarà indolore.
E ristrutturazione ci sarà, tenuto conto delle scorte attuali disponibili, sufficienti a rispondere al fabbisogno di almeno un anno.
Per il settore dell’acciaio e del carbone
si profila una riduzione di posti di lavoro stimata in 1,8 milioni che potrebbe arrivare a 5-6 milioni includendo gli altri settori in affanno e tenuti in piedi solo a tutela dei livelli occupazionali.

Il governo ha deciso però di stanziare 100 miliardi di yuan a favore della riconversione professionale.

Anche il settore immobiliare cinese, trainante fino a poco tempo fa, è oggi in sofferenza.

Si tratta di un piano quinquennale considerato fondamentale per il paese: la Cina deve spingere per innovazione e qualità, per arrivare a quel cambiamento storico voluto dai suoi dirigenti.

Neil O’Reilly, euronews:

-Per capire meglio il piano approvato dall’assemblea nazionale popolare cinese in collegamento con noi, Kent Deng, della London School of Economics.
Il Congresso si è focalizzato su economia e riforme. La leadership cinese, secondo lei, sta mettendo in atto misure per contrastare il rallentamento economico?

“La leadership cinese vuole ridurre l’eccesso di capacità produttiva ridando slancio alla domanda e ai consumi interni. È l’asse portante del programma economico cinese. Vedremo se sarà possibile; a mio avviso la cosa richiede un gran cambiamento non solo della struttura economica ma anche della filosofia di governo”.

-Oltre a questi problemi economici, si registra un malcontento diffuso in Cina, dovuto alla perdita di posti di lavoro e tagli.
Ci sono misure o riforme democratiche che arrivano dal Congresso per smussare il malcontento?

“Non dimentichiamo che la Cina è governata da un partito leninista, a cui questo processo è conosciuto, sanno che è il normale trend di un Paese in via di sviluppo: dopo una forte e rapida crescita decennale, c‘è una richiesta per riforme democratiche. Questo partito assicurerà che questo sviluppo politico non ci sia. In ogni modo non c‘è in vista alcuna riforma democratica a alcun livello della società cinese”.

-La comunità internazionale ha osservato attentamente l’assemblea dei delegati. Cosa sono gli aspetti positivi e quelli negativi per l’Occidente?”.

“Ci si può aspettare un certo grado di stabilità e continuità politica e possiamo aspettarci una crescita economica intorno all’8% o nelle peggiori previsioni intorno al 6% per i prossimi 5 anni.
L’aspetto negativo riguarda invece l’enorme sfida del governo a mantenere le promesse fatte: come correggere le distorsioni economiche, in modo particolare ridurre lo scarto tra regioni ricche e povere.
Incoraggiare la domanda interna, ridurre la sovrapproduzione e la fuga di capitali. E ancora, contrastare la corruzione. Tutto questo richiede il sostegno popolare e forti iniziative.
Per cui i prossimi cinque anni saranno turbolenti e non chiarissimi per il resto del mondo”.