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Siria, riprendono i negoziati di pace a Ginevra con il ritiro dei russi

Sono ripresi con la notizia del ritiro parziale dei russi dalla Siria i negoziati ufficiali di pace a Ginevra. Gli aerei militari di Mosca sono

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Siria, riprendono i negoziati di pace a Ginevra con il ritiro dei russi

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Sono ripresi con la notizia del ritiro parziale dei russi dalla Siria i negoziati ufficiali di pace a Ginevra.

Gli aerei militari di Mosca sono decollati dalla base aerea di Hmeymim per tornare in Russia, dopo che il presidente Vladimir Putin ne ha ordinato il rientro lunedì.

L’apertura del nuovo round di colloqui coincide con il quinto anniversario della guerra, che ha fatto oltre 250.000 morti secondo le Nazioni Unite e oltre 270.000 secondo le Ong locali.

La sorte del presidente siriano Bashar al-Assad, sostenuto dalla Russia, è sempre il principale dei nodi ancora irrisolti dei negoziati, mentre da almeno due settimane sul piano militare la tregua tra le varie fazioni sembra reggere.

A Ginevra, a margine del nuovo round negoziale tra il governo di BAshar al Assad e l’opposizione, Euronews ha incontrato il capo della delegazione governativa:

Faiza Garah, euronews:

-Nel corso dei negoziati, l’opposizione chiede un periodo di transizione e la partenza del presidente Bashar al Assad. Pensa che questa richiesta porterà al fallimento dei negoziati?

Bachar Al-Jaafari:

“Quando si parla di opposizione unita e unica significa che questa rappresenta tutte le opposizioni. Quando queste arriveranno a un denominatore comune potremo considerare questa richiesta come accettabile.
Ma non tutte le opposizioni pongono questa condizione.
Imporre condizioni in anticipo significa imporre l’impossibile nei negoziati e destinarli al fallimento.

In secondo luogo, si sta cercando di imporre un’esigenza occidentale, perché la necessità di far partire il presidente viene dall’esterno.

-Dice che si tratta di un bisogno che viene dall’estero delle opposizioni stesse, può essere più chiaro?

“Questo Paese appartiene a tutti i siriani e nessuno ha il diritto di darne una parte a un Paese terzo.

Come chi chiede di creare una zona cuscinetto nel nord della Siria, chi avanza questa richiesta sta facendo gli interessi della Turchia.

E su un altro piano i Fratelli musulmani fanno la stessa cosa, ovvero gli interessi del Qatar”.

-Chi incoraggia l’infiltrazione di terroristi in Siria?

“Il pensiero “takfiri” è legato a doppio nodo al pensiero wahabita saudita.
Per questo motivo diciamo che i paesi del Golfo hanno una certa responsabilità nella guerra siriana.

Perché sono loro che hanno fornito la base di questo pensiero: trattare tutti gli altri da miscredenti. Cosa che autorizza la decapitazione.
Il pensiero di Daesh è il pensiero wahabita, perché mozzare le mani, le braccia, tagliare la testa con una sciabola fa parte della tradizione wahabita saudita.

Questi gruppi sono sulla lista delle organizzaioni terroristiche ma ci sono Stati che li finanziano.

Non è più un segreto il fatto che la Turchia finanzi Daesh e che permetta il transito in Siria dei suoi membri.

Così come non è un segreto che Arabia saudita e Qatar finanzino il fronte si Al Nousra. Finanziano sia l’acquisto di armi che l’addestramento.
Non siamo noi a dirlo, ma lo dice un rapporto del Consiglio di sicurezza”.

-Come vede lo sviluppo della crisi in Siria?

“Andiamo fieri della nostra indipendenza e rifiutiamo l’ingerenza esterna.

Il nostro solo nemico resta Israele, non perché si tratti di Israele ma perché occupa dei territori arabi, compreso una parte del nostro territorio, il Golan”.

-In che modo la tregua ha contribuito all’arrivo degli aiuti umanitari?

“Il governo siriano dà il 75% dell’aiuto umanitario per il popolo siriano. Tutte queste conferenze di cui si parla, quella di Londra, quella di Roma o Parigi sono operazioni di facciata, dietro cui si finanziano altre cose e non servono a aiutare il popolo siriano all’interno del Paese e all’esterno servono non far avanzare la crisi migratoria”.

-Come dovrebbe, secondo lei, l’Europa affrontare la crisi siriana?

“Dovrebbe innanzitutto mettere un freno alla propria ingerenza negli affari interni siriani.
Revocare quindi le sanzioni imposte al popolo siriano, riaprire come terza cosa le ambasciate a Damasco perché siano testimoni di quanto sta accadendo e non per prendere informazioni da fonti dell’opposizione”.
L’Europa ha commesso molti errori strategici.