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Bruxelles-Ankara un rapporto contrastato nelle parole degli analisti

Dalle controversie sui migranti a quelle sull’ingresso o il partenariato con l’Unione Europea, le relazioni fra Bruxelles e Ankara sono state

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Bruxelles-Ankara un rapporto contrastato nelle parole degli analisti

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Dalle controversie sui migranti a quelle sull’ingresso o il partenariato con l’Unione Europea, le relazioni fra Bruxelles e Ankara sono state abbastanza complesse in questi anni.

L’ultimo giro di vite realizzato nei confronti dei gruppi mediatici avversi al governo e al presidente Recep Tayip Erdogan, ha riportato sotto la luce dei riflettori il difficile rapporto che questo Paese ha con la libertà di stampa. Almeno per i canoni di alcune nazioni europee.

Cengiz Aktar, un politologo da noi raggiunto, ha affermato che “non solo la libertà di espressione, ma la libertà tout-court in questo periodo in Turchia, non versa certo in buona salute. Il passaggio sotto l’ala del governo del giornale Zaman non fa che confermare questa situazione e questa volontà dell’esecutivo di zittire tutte le voci contrarie”.

Continua il professor Aktar: “Gli ultimi due anni dal punto di vista della libertà di stampa, di internet e d’espressione in genere, sono stati disastrosi. Nove canali televisivi sono stati oscurati d’autorità o sono stati messi in condizione di chiudere e molti quotidiani sono passati sotto il controllo dell’autorità”.

Il premier Davutoglu ha cercato di archiviare le domande rivoltegli dai giornalisti europei come un fatto puramente interno, derubricando, ad esempio, il cambio di direzione di Zaman a semplice problema ammnistrativo.

Reporters Senza Frontiere, organizzazione che si occupa di difendere la libertà di stampa nel mondo, riconduce il peggioramento delle condizioni dei giornalisti alla presidenza dell’onnipotente leader del partito Akp, il presidente Recep Tayip Erdogan. Egli sarebbe, secondo Johann Bihr, capo dell’ufficio Rsf che si occupa dell’ufficio per l’Europa orientale dell’organizzazione, restìo ad ogni critica. La sua politica degli ultimi anni è stata proprio quella di cercare di zittire ogni voce d’opposizione onde prendere sempre più controllo dell’opinione pubblica turca”.

Tutto è anche provocato dalla recrudescenza della lotta con i curdi e il Pkk (il Partito Comunista Curdo dei lavoratori) nelle regioni sudorientali del paese. “Chiunque abbia cercato di mettere in luce l’eccessivo uso della forza da parte del governo in questa guerra è stato arrestato”, continua Bihr.

L’Europa ha gettato la spugna?

Uno dei convincimenti che si vanno facendo spazio fra gli analisti è che l’Europa abbia definitivamente abbandonato l’ipotesi che un giorno la Turchia possa entrare a far parte del club di Bruxelles e abbia invece deciso di usarla semplicemente come stato-cuscinetto dove, se possibile, lasciare migliaia di migranti, soprattutto economici. Un progetto che alcuni considerano interessante per la Turchia, per due motivi. Il primo è quello che l’Europa ha intenzione di pagare a caro prezzo l’aiuto di Ankara. Tre miliardi di dollari sono stati pattuiti prima che, nell’ultima riunione-fiume tenutasi a Bruxelles, la Turchia non alzasse la posta e portasse a sei miliardi di euro la richiesta che dovrà essere discussa il prossimo 17 marzo.

L’Europa ancora una volta si presenta in ordine sparso e dovrà decidere cosa rispondere alle profferte della Turchia, ma sembra che alcuni leader europei abbiano deciso di mettersi di traverso. È il caso di Viktor Orban, premier ungherese che si è detto contrario al piano di ridistribuzione dei profughi siriani, come invece ventilato nell’accordo non ancora operativo fra Ankara e Bruxelles.

La situazione nella regione assieme al ruolo anche militare che la Turchia è considerata giocare nello scacchiere siriano e in funzione anti Daesh, ha fatto chiudere un occhio ai governanti europei che hanno accettato il comportamento di Erdogan e le sue decisioni politiche che secondo alcuni standard europei possono essere considerate liberticide.

Ripercorrendo la storia della Turchia dice il professor Aktar: “Negli ultimi 30 anni il periodo più nero per le libertà civili in questo Paese è stato soprattutto dopo il colpo di Stato del 1980. Abbiamo avuto difficoltà anche negli anni 90 quando lo scontro contro i curdi ha provocato violenze inaudite entro i nostri confini. Nell’ultima decade però l’avvicinamento all’Unione Europea aveva in qualche modo rasserenato la situazione. Dopo lesplosione dello scandalo- corruzione che ha lambito nel 2013 le più alte cariche dello Stato però, c‘è stato un giro di vite che ci ha portato alla situazione attuale.

Un reportage del Guardian ripercorre la vicenda.