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Violenza domestica: donne che uccidono il proprio carnefice

Come i suoi gatti Alexandra Lange ha nove vite. Per quattordici anni questa donna, madre di quattro figli, è stata vittima di violenza domestica

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Violenza domestica: donne che uccidono il proprio carnefice

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Come i suoi gatti Alexandra Lange ha nove vite. Per quattordici anni questa donna, madre di quattro figli, è stata vittima di violenza domestica. Picchiata, e umiliata dal marito fino al giorno in cui, lui ha minacciato di ucciderla.

Lo ha ucciso prima lei.

Alexandra è stata assolta tre anni fa, ma ricorda ancora chiaramente quando ha cercato di chiedere aiuto: “Quando ho chiamato la polizia mi hanno visto leggermente ferita, ma non gravemente. Si vedevano ancora le tracce delle violenze sul collo, con un po’ di sangue attorno alla bocca, il mio occhio tumefatto e il sopracciglio gonfio come una pallina di ping pong. Il poliziotto è rimasto in macchina e mi ha detto: “è lei la donna che vuole sporgere denuncia? Si, ho ancora subito violenze da parte di mio marito e non ne posso più. Ma Lei non sanguina abbastanza. Come? Be, allora ritornerò quando mi avrà ammazzata…”

La storia di Alexandra è diventata un libro e un film intitolati “Assolta” e “L’amore sbagliato”. Era accusata di aver ucciso il marito.

Lei ha sempre invocato la legittima difesa. Lo ha accoltellato mentre lui cercava di strangolarla.

Prima di essere liberata però, Alexandra è stata 18 mesi in regime di carcere preventivo. Dice la ona “Quando ho commesso quest’atto e sono arrivata in prigione credevo di essere l’unica donna che avesse ucciso il marito perché mi picchiava. È stato allora che ho visto in tv sulle donne della prigione di Baupaume e sento di una donna che ha ucciso il marito dopo violenze coniugali e mi sono detta, cavolo, non sono l’unica”.

Non è stata l’unica a uccidere per legittima difesa. È quanto sostenuto dagli avvocati di Jacqueline Sauvage, donna che ha sparato al marito nel 2012 dopo 45 anni di abusi su di lei e sui figli. Al momento dell’omicidio la donna non era minacciata, ma linea della difesa è stata quella della legittima difesa, anche se “ritardata”.

La giuria non si è mostrata d’accordo e l’ha condannata a dieci anni di prigione.

La donna ha ottenuto una grazia parziale del presidente Hollande dopo una petizione firmata da centinaia di migliaia di persone.

Una petizione iniziata dall’attrice francese Eva Darlan.

Lei stessa è stata vittima di di incesto e violenza domestica e sostiene una legge che giustifichi la legittima difesa ritardata. Qualcosa che per ora esiste solo in Canada: “È una legge che protegge le donne. È ovvio che la legittima difesa possa essere ritardata. Non ci si può difendere solo quando vi sta ammazzando di botte. Nel caso di Jacqueline Sauvage stava venendo picchiata. Il tempo di prendere un fucile non è più legittima difesa? È una cosa inaccettabile. La sentenza contro Jacqueline Sauvage è stata iniqua e scandalosa. Ingiusta e dolorosa”.

Sebbene ci siano anche momenti comici non è una cosa su cui si possa scherzare. La Darlan stessa è stata maltrattata per due anni dal marito prima di lasciarlo.

Continua la Darlan: “Le leggi non sono applicate oppure sono applicate poco e male. L’allontanamento dal tetto coniugale vi salva fuori di casa. I problemi in casa restano. La violenza morale è difficile da provare. Io avevo un dossier alto così a cui non è stato dato seguito”.

Il caso di Jacqueline Sauvage ha riportato il problema della violenza domestica sotto i riflettori. Come proteggere le vittime dai loro carnefici?

Nella sola Francia una donna muore vittima della violenza domestica ogni tre giorni.

Luc Frémiot è un magistrato che ha aiutato le vittime di violenza domestica per oltre dieci anni. Ha scritto un libro un libro sul duro ruolo dei giudici nelle aule dei tribunali che si occupano di questi crimini.

Luc Frémiot è stato anche il pubblico ministero al processo contro Alexandra Lange. Durissimo il suo interrogatorio, come mostrato in una fiction televisiva. Caso più unico che raro lo stesso Frémiot ha però invocato la clemenza della giuria.

Per Frémiot però, quella di Jacqueline sauvage è una storia diversa. Il togato è d’accordo nel ritenere la sua sentenza ingiusta, ma teme che riscrivere la legge possa portare a una situazione di far west.

Luc Frémiot: “Quello che mi spaventa è il dare a queste donne carta bianca per farsi giustizia da sole quando riterranno di non poter fare altrimenti. Si parte dal principio che sono in una situazione di pericolo mortale permanente. Cosa non vera. Ci sono periodi in cui le cose vanno meglio. Quei periodi definiti lune di miele, quando gli aggressori cercano di riavvicinarsi alle proprie mogli. È in quei periodi che bisognerebbe sporre denuncia, parlare con un avvocato o con un’associazione. Si può capire che una donna detesti il suo carnefice dopo anni, ma potrebbe preparare un omicidio a sangue freddo e poi dire che si trattava di legittime difesa ritardata. Questo vuol dire rimettere in causa i fondamenti della nostra società”.

Morgane Seliman è stata una vittima di violenza domestica per oltre 4 anni. Ha sporto denuncia e fatto arrestare il marito. Ha scritto un libro intitolato “mi ha rubato la vita” per aiutare altre donne nella sua condizione spiegando anche perché è rimasta così a lungo con lui: “È cominciato tutto quando sono rimasta incinta, e può scatenarsi per un nonnulla. Magari al mattino perché non ho messo a posto il telecomando e tutto diventa un pretesto per iniziare il suo conto alla rovescia. Se facevo un errore al mattino mi diceva tra 4 ore ti sfondo, due ore, un’ora, dieci minuti, fino all’ora fatale”.

La giornalista domanda: “Perché è rimasta con lui?”

Morgane risponde: “L’amore resta, come la speranza che le cose cambino perché sono incinta, che si possa fondare una famiglia. Poi è la paura che prende il sopravvento, che possa uccidermi, far del male alla mia famiglia. E poi arriva un momento in cui le brutalità diventano la norma, un rituale e speri solo che non ti ammazzi per poter nutrire tuo figlio. Non si pensa più né a partire né ad altro”.

Oggi Morgane vive in Normandiacon suo figlio. è rimasta nascosta per oltre un anno grazie all’aiuto di un’associazione. La paura però non è andata via, anzi: “Non ho più paura di prima. È una paura diversa, che lui possa tornare e farmi del male. Che un giorno possa finire per ammazzarmi”.