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Il coraggio di denunciare

Scandali politici, finanziari, sanitari: sono diverse le persone che decidono di denunciare abusi e illeciti. Persone note o sconosciute che spesso pagano a caro prezzo il proprio impegno.

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Il coraggio di denunciare

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Denunciare scandali politici, finanziari, sanitari. Sono diverse le persone che decidono di denunciare abusi e illeciti. Persone note o sconosciute che spesso pagano a caro prezzo il proprio impegno. Senza contare che chi fa queste segnalazioni è ancora poco tutelato dalla legge.

“La donna che sapeva troppo”:”< http://www.cherche-midi.com/livres/la-femme-qui-en-savait-vraiment-trop>, la storia di Stephanie Gibaud

Stephanie Gibaud torna di nuovo in tribunale per diffamazione. Lei è la “La donna che sapeva troppo”, autrice del libro bomba che porta questo nome ed ex dipendente della filiale francese della banca svizzera UBS.

Le rivelazioni dell’allora direttore divisione marketing e comunicazione avevano portato la giustizia francese nel 2012 ad incriminare UBS Francia banca per una maxi evasione fiscale. Questa è la terza volta in 6 anni che la Gibaud compare davanti alla giustizia francese.

UBS aveva presentato una denuncia contro di me già nel 2010 per diffamazione, per aver avuto il coraggio di parlare e di fare domande su pratiche illegali ed evasione fiscale. Sono finita in tribunale ma sono stata assolta. Poi ho sporto io denuncia per molestie contro UBS. E ora mi ritrovo con l’essere accusata di nuovo diffamazione. In entrambi i casi non c‘è stato un appello”, racconta Stéphanie Gibaud.

Dopo l’accusa di riciclaggio aggravato di frode fiscale, il colosso elvetico nel 2014 pagò una cauzione milionaria alla giustizia francese; oltre miliardo di euro. Secondo l’indagine ancora in corso, UBS nascose alle autorità francesi oltre 12 miliardi, soldi depositati su “conti offshore”: .

La Gibaud sapeva ma a un certo punto disse “stop” a questo sistema. “Questo è quello che io definisco “molestie” da parte di una banda organizzata.“La banda dello stalking”. Per demolirci. E’ quello che si aspettano visto che noi non siamo nulla vicino a queste potenti multinazionali. Vogliono mostrare l’impunità di queste aziende che pesano solo a fare soldi”, prosegue la donna.

Dopo un lungo travaglio interiore Stephanie Gibaud vuota il sacco. Tutto inizia nel 2008 quando un suo superiore gli chiede di distruggere gli archivi informatizzati con i nomi di clienti e account manager.

Lei si rifiuta e alla fine scopre che i suoi capi le ordinavano di organizzare gli appuntamenti degli agenti commerciali elvetici con ricchi clienti per convincerli ad aprire dei conti segreti in Svizzera. “Mi buttai nella fossa dei leoni. Andando a incontrare il Direttore Generale, il Presidente, il mio capo. E dal momento in cui dissi “basta” a questo modo di fare, l’azienda si organizzò contro di me per farmi causa”, sottolinea la Gibaud.

Rabbia, paura, angoscia. Alla fine nel 2012 la Gibaud viene licenziata. Senza un lavoro e con quei 30.000 euro ottenuti dopo la sua denuncia per “molestie” contro UBS riesce a malapena a coprire solo le spese legali. Ora vive con un sussidio sociale insieme al più giovane dei suoi due figli. Ma i soldi non bastano mai e rischia anche di essere presto sfrattata dall’appartamento a Parigi.

GB: scandali nel settore sanità: la storia di Eileen Chubb

Bene comune e interesse generale: sono i motivi per i quali Eileen Chubb ha combattuto per 15 anni nel Regno Unito,
uno dei pochi paesi europei ad avere una legge specifica in fatto di protezione dei “segnalatori” aziendali e non. Una legge ritenuta ancora troppo debole.

Eileen ha perso tutto dopo aver denunciato, con 6 suoi colleghi, le atrocità che ha assistito quando era impiegata in una casa di cura gestita dal gruppo BUPA, colosso nel settore sanitario. “Abbiamo visto pazienti, che si erano sporcati, lasciati soli per giorni e giorni, senza essere puliti. Avevano piaghe profonde sulla pelle fino al midollo. Anziani lasciati senza cibo, bevande, o antidolorifici. Abbiamo anche visto persone drogate con farmaci che non vengono quasi mai prescritti. Farmaci che hanno provocato la morte di alcuni pazienti. E poi c’era chi li picchiava, gli sputava addosso e rubava loro soldi o gioielli. Ho visto cose davvero terribili fatte a esseri umani”, ci racconta Eileen.

Dopo aver denunciato quello che accadeva, Eileen è stata licenziata in tronco. Da allora è disoccupata. A parte alcuni arresti, il suo ex datore di lavoro invece non è mai stato condannato.

Ora la donna vive con poche centinaia di sterline al mese, lo stipendio che si guadagna con l’ONG che ha fondato per aiutare i segnalatori e tutti coloro che denunciano abusi nel settore sanitario.

In molti chiedono una legge che tuteli maggiormente gli informatori. Secondo gli ultimi dati il 75% dei lavoratori europei non parla, nonostante sia stato testimone di atti illeciti. “Non si tratta solo di denunciare. Si tratta di proteggere vittime e persone che vivono nel silenzio, che soffrono e muoiono perché spesso chi segnala non viene ascoltato. Il silenzio è il principale nemico da combattere. E se siamo in grado di proteggere gli “informatori” allora possiamo davvero cambiare tutto”, prosegue la donna.

Dal Regno Unito alla Svizzera

“Yasmine Motarjemi”: è una donna che da tempo porta avanti una battaglia durissima.

Ha fatto causa per mobbing al gruppo Nestlé quando era co-responsabile per la sicurezza alimentare. Ci parla di mancanza di igiene nelle fabbriche, dosaggi errati in alcuni alimenti per neonati, contaminazione delle materie prime, etichettatura sbagliata dei prodotti.

L’azienda smetisce ogni accusa ma il processo non si è ancora concluso.

“Nel denunciare questi fatti mi sono fatta molti nemici e una di queste persone è il mio capo. Da allora ha cominciato con il mobbing. Quando si è molestati non solo ci si sente in colpa ma ci si domanda perché accade; e poi si pensa: da un giorno all’altro non sarò più apprezzato! Allo stesso tempo diventiamo invisibili, non esistiamo più. E’ qualcosa di veramente doloroso, non si può vivere così”, fa notare l’ex dirigente.

Dopo le prime denunce, la donna viene a poco a poco accantonata. Un incubo che dura 4 anni. In azienda perde il suo potere e alla fine arriva il licenziamento. Yasmine non perde solo il lavoro ma anche la voglia di vivere ed inizia a soffrire di depressione. Nonostante la malattia non smette di combattere. Più che un lauto risarcimento, pretende dalla Nestlé delle spiegazioni.

“Ci sono molte persone che fanno accordi con la società, poi voltano pagina. La vita continua. Io non le biasimo perché c‘è chi ha bisogno di soldi. Sono costrette a lavorare con loro perché non hanno risorse, documenti o prove. Io ho avuto la volontà di trovarle quelle prove. Avere la volontà e l’abilità e non fare nulla sarebbe come commettere un delitto”, conclude Yasmine.