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"Mio figlio, partito per la Siria e morto per la jihad"

Madri coraggio rompono il silenzio. Interrogativi, drammi e battaglie di donne alla disperata ricerca di un perché

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"Mio figlio, partito per la Siria e morto per la jihad"

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Madri coraggio, che rompono il silenzio, per mettere il loro dramma e la loro esperienza a servizio degli altri: quello di donne che hanno visto i figli finire nelle maglie del jihadismo e poi partire per la Siria. Di molti non restano che vecchi album di famiglia. Altri hanno lasciato come testamento dei video di propaganda in cui professano la propria adesione alla jihad. Tutti si sono lasciati alle spalle un deserto di dolore e incomprensione, la cui traversata senza fine impegna oggi madri, che non smettono di interrogarsi.

Point of view

Sono giovani che sognano una società diversa. In cerca di risposte che qui non riescono a trovare

Mai come ora le loro voci hanno però bisogno di essere ascoltate. Per comprendere, interrogarsi con loro e aprire gli occhi su un fenomeno che non guarda in faccia a nessuno. “È un fenomeno trasversale – ci hanno detto in molte -. Non tocca solo persone emarginate o provenienti di famiglie in difficoltà. A cadere in trappola sono ragazzi qualunque, che studiano, lavorano, amano la musica e i bei vestiti”.

Perché cedere allora al richiamo della jihad? Perché rinunciare alla vita per abbracciare l’ideale di una morte, elevata a traguardo?

“Si comincia entrando a far parte di un gruppo – ci dice una di loro -. Senza che te ne accorga, cominciano poi a fare di te quello che vogliono: è una specia di setta. Quando poi riapri gli occhi ti ritrovi dall’altra parte: in Siria”.

È la storia che scopriamo, sfogliando le fotografie di Nicolas, che ci mostra la madre Dominique. Immagini che raccontano la storia di un ragazzo come tanti altri: “Era un ragazzo del tutto normale – ci racconta la madre -. Gli piacevano le ragazze, amava vestirsi bene”. Poi arrivano la conversione all’Islam, la radicalizzazione. E pochi mesi dopo, nel dicembre del 2013, la partenza per la Siria con il fratellastro. Le ultime immagini che restano alla madre sono quelle di un video in cui dice che Allah gli ha infuso l’amore per la jihad.

“Diceva sempre che andava tutto bene – racconta ancora Dominique -. A volte però gli facevo notare che si trovava in un paese in guerra e gli rispondevo: ‘Non mi dire che va tutto bene, non è possibile’”. Di certezze Dominique non ne ha. Per sedare il tarlo degli interrogativi è però stata costretta a darsi delle risposte da sola. Il suo sospetto è che il figlio sia stato reclutato all’esterno della moschea di Tolosa che aveva cominciato a frequentare. “Sono molto abili – dice ancora Dominique -. Riescono a far dimenticare a questi giovani tutto il loro passato. Un vero lavaggio del cervello. Gli mettono in testa che morire non è grave. Che anzi è un obiettivo, qualcosa di buono. Così alla fine non hanno più paura di morire, questi giovani. È una follia”.

Tra le prime a vivere sulla sua pelle il fenomeno del reclutamento jihadista, dopo la partenza e la morte del figlio, Dominique ha fondato l’associazione Syrie prévention famille lo scopo è sostenere, e riunire, madri che condividono il suo dramma. “Tutto il mio impegno è oggi volto a sensibilizzare l’opinione pubblica – ci dice -. Che la gente sappia come avvengono queste cose, quello che ci è capitato. E quello che viviamo, anche”.

Proprio per questo Dominique ha appuntamento a Bruxelles con Saliha Ben Ali, un’altra mamma che condivide la sua esperienza. “Per lei è ancora più duro – ci dice però durante il trasferimento in auto -, perché il figlio era partito da appena tre mesi. Dopo tre mesi era già morto. Anche lui era giovane, poi: aveva 19 anni”.

Saliha è di origini marocchine e ha perso il figlio in Siria due anni fa. Al pari di Dominique, anche lei ha creato un’associazione, SAVE Belgium, che è in prima linea contro l’indottrinamento e il reclutamento dei giovani da parte delle filiere jihadiste.

“Il lavoro dell’associazione, qui in Belgio, consiste nella prevenzione, nella sensibilizzazione dei giovani e delle famiglie e nel sostegno a quelle che si trovano a vivere questo fenomeno – racconta -. Credo che tutte le associazioni si assomiglino un po’. A queste persone si cerca in qualche modo di offrire l’aiuto che avremmo voluto avere, quando ci siamo trovate a vivere questo dramma”.

Soprattutto all’inizio, Saliha ha però faticato a far intendere la propria voce. Gli attentati di Parigi hanno però poi mostrato l’importanza del suo operato. “Prima ero io a dovermi proporre alle scuole. Ce ne sono state un paio che – diciamo così – ‘mi hanno concesso udienza’. Dal 13 novembre è invece cambiato tutto: sono le scuole che vengono a chiedermi aiuto e che timidamente mi dicono: ‘Sembrerebbe che lei…’. E io: eh sì, ormai sono due anni che sono sul campo”.

Dal Belgio torniamo in Francia, a Narbonne. È qui che incontriamo Christine. Di lei non ci dice molto di più e alle nostre telecamere si rivolge con precauzione. A differenza di quelli di Dominique e Saliha, suo figlio è infatti ancora vivo. Oggi 29 anni, per la Siria è partito all’inizio del 2015: nove mesi appena dopo la conversione all’Islam. Per proteggerlo, di lui ci mostra solo delle foto che risalgono alla sua infanzia. “Ai tempi della scuola era un bambino tranquillo, gentile, molto timido – ci dice, sfogliando l’album -. Era molto sensibile alla sofferenza altrui. Credo che in qualche modo sognasse una società diversa da quella in cui ci troviamo a vivere”.

Proprio per inseguire i suoi sogni, il figlio di Christine lascia poi Narbonne e si trasferisce a Parigi. “Conduceva una vita normale – prosegue Christine -: lavorava, amava l’hard rock. Come un qualsiasi ragazzo, insomma. Sempre a Parigi, ha però poi incontrato le persone sbagliate. Si è convertito all’Islam e da quel momento tutto è successo molto rapidamente: si è radicalizzato e poi è sparito”.

Un percorso simile a quello che ha lasciato tante donne e tante madri a logorarsi di interrogativi e di sensi di colpa. “Ci si rimproverano sempre delle cose – torna a raccontare Dominique -. Finisci per dirti che ti è sfuggito qualcosa. Che se avessi approcciato le cose diversamente non sarebbe andata così. A forza di ‘se’, si riscrive però la storia. Io ho fatto il possibile. Bene o male non lo so. So però che ai miei figli ho dato tutto il mio amore”.

A forza di interrogarsi, Christine una bozza di risposta è forse riuscita a darsela. È poco più di una domanda aperta, ma che vuole condividere per alimentare una riflessione su più ampia scala. “Il fatto che cadano nelle filiere jihadiste – dice – dipende dal modo di pensare di questi giovani. Dal fatto che sognino una società diversa, che siano alla ricerca di qualche cosa. Ma è davvero condannabile in sé, questo? E chi sono i veri criminali, la gente davvero pericolosa? Sono quelli che portano i giovani sulla cattiva strada. È con loro che dobbiamo prendercela”.

“La Chambre vide”, la stanza vuota, è il titolo di un documentario a cui Saliha ha affidato l’intimità e il dolore della sua quotidianità senza il figlio. Un ulteriore strumento per rompere il silenzio, far parlare del reclutamento dei giovani ad opera dei jihadisti e sensibilizzare, mettendo la sua esperienza al servizio degli altri.

Ad assistere all’anteprima a Bruxelles, c‘è anche Dominique, che commossa prendere il microfono dalla platea. “Io sono pronta a condividere la mia esperienza con i giovani per far loro comprendere la sofferenza che tutto ciò può arrecare alla famiglia – dice -. E poi soprattutto per loro stessi: per dire loro che se vanno a combattere laggiù è morte certa”.

Proprio la morte è lo spettro che difficilmente riesce a scacciare chi resta. Impossibile non pensarci, sapendo i figli lontani, in un paese in guerra come la Siria. E difficile autorizzarsi a nutrire speranze, che rischiano di essere deluse. “I bombardamenti si sono intensificati molto nel corso dei mesi – conclude Christine -. Laggiù faticano molto a tirare avanti, ci sono sempre più vittime. La loro vita è sospesa a un filo. Per quanto mi riguarda, la speranza è molto esigua. Certo, spero che ritorni ma.. non credo. No, non credo”.