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L'Isil nel sud est asiatico

Più grande Paese musulmano al mondo, l’Indonesia non è riuscita a arginare estremismo e jihadismo, malgrado il suo islam sia definito colorato perché

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L'Isil nel sud est asiatico

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Più grande Paese musulmano al mondo, l’Indonesia non è riuscita a arginare estremismo e jihadismo, malgrado il suo islam sia definito colorato perché qui la religione è presente ma non opprimente.

Già all’inizio del 2000 (2002 e 2009 con gli attentati a Bali), Giacarta aveva dovuto far fronte al terrorismo del gruppo Jemaah Islamiyah.

La dinamica degli attacchi di oggi è simile agli attentati del 13 novembre a Parigi. Incrociando i dati dell’intelligence indonesiana si può affermare che i fondamentalisti dell’Isil hanno fatto proseliti qui e in tutto il sud est asiatico.

Lo scorso settembre la polizia malese aveva sventato un attacco a Kuala Lumpur che doveva colpire una zona ad alta densità turistica. Nel mirino dei terroristi non solo le vie dello shopping ma anche le ambasciate americane e australiana.

Nelle Filippine sono vari gruppi islamisti attivi, tra gli altri i jihadisti del Biff (Combattenti islamici per la liberazione del Bangsamoro, gruppo islamista attivo principalmente nella provincia di Maguindanao- Mindanao centrale) che hanno attaccato un villaggio di cristiani il giorno di Santo Stefano.
Al momento non ci sono prove di contatti tra l’Isil e il Biff .
Mentre i jihadisti filippini attivi nei ranghi dell’Isil provengono dal ben noto gruppo di Aby Sayyaf.

La forza dell’Isil risiede non solo nel capitale di armi e uomini che lo Stato islamico possiede, ma anche nella capacità di trarre profitto da attacchi portati a termine da terroristi che non hanno legami con l’organizzzaione ma che possono rientrare nella sfera della guerra santa.

Come ad esempio l’attacco al santuario induista di Bangkok, che nell’agosto scorso, fece oltre 20 vittime .

Nial Oreilly, euronews:

-Collegato con noi per approfondiare i tragici eventi in Indonesia l’analista Omar Hamid, dell’ Asia-Pacific Country Risk del think tank IHS.
Perché lo Stato Islamico dovrebbe colpire l’Indonesia?

“L’Indonesia è da sempre un Paese dove esistono forti tensioni riguardo la militanza islamista.
Nel passato, l’Indonesia l’ha gestito con successo l’emergenza terrorismo, in modo particolare tra il 2002 e il 2009, e la situzione si è calmata.
Tuttavia, le componenti basi del fondamentalismo islamista resistono nel Paese. Abbiamo visto diversi indonesiani partire per la guerra in Iraq e in Siria nel nome dello Stato Islamico. Rientrando in Indonesia queste stesse persone mostrano un alto grado di preparazione”.

-Si tratta di un’alleanza di convenienza tra il gruppo locale e lo Stato Islamico?
Condividono la stessa ambizione di creare uno Stato islamico o hanno un altro programma?

“In un Paese come l’Indonesia, il contesto locale resta prioritario.
È chiaro che i locali troveranno elementi complementari con i gruppi transnazionali come lo Stato islamico o al Qaeda.
Ci sarà un grado di comunanza, ma l’agenda di base avrà priorità locali”.

-La minaccia si estende a una regione più ampia? Lo Stato islamico potrebbe estendere le proprie attività altrove in quest’area?

“Il rischio non è costituito tanto dallo Stato islamico che viene a installarsi nel sud est asiatico. Il rischio principale è costituito dal fatto che in un certo numero di Paesi asiatici, come ho detto Indonesia, Malesia, e anche le Filippine, ci sono persone partite come volontari per combattere con lo Stato islamico in Iraq e in Siria. Una volta rientrati nel proprio Paese, e questo non necessariamente avviene nell’immediato, ma potrebbero passare anche cinque anni, questi combattenti hanno affinato tecniche di guerra e il loro livello è superiore rispetto a combattenti rimasti nel Paese.

Agiscono come moltiplicatore di forza. Un parallelo storico calzante è quanto accaduto in Afghanistan alla fine degli anni Ottanta, con la fine dell’invasione sovietica. Anche in quel caso molti tornarono nei propri Paesi, come Filippine e Indonesia, esportando nuove tecniche di combattimento che alimentarono le insurrezioni in questi Paesi alla fine degli anni Novanta e inizio Duemila”.