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Sfigurati e piegati dal terrorismo. Parola ai sopravvissuti dimenticati

Maryse ha perso il marito negli attacchi contro Charlie Hebdo. Françoise ha salvato a stento una gamba. Daniel a Londra, ce le ha invece lasciate entrambe

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Sfigurati e piegati dal terrorismo. Parola ai sopravvissuti dimenticati

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Charlie Hebdo, il Bataclan, gli attentati di Londra. La storia del terrorismo è lastricata di morti innocenti. Ma anche di sopravvissuti e familiari troppo spesso dimenticati.

Point of view

Le ferite fisiche guariscono piuttosto rapidamente. Quelle psicologiche possono invece durare una vita

Alcuni sono perseguitati dai ricordi dell’ultimo addio ai loro cari. Poche parole come quel “Cara vado in redazione a Charlie Hebdo”, con cui George Wolinski ha lasciato la moglie Maryse il 7 gennaio dello scorso anno. Altri parlano di ferite che non supereranno mai, come quelle che il 7 luglio del 2005 a Daniel Biddle hanno fatto perdere le gambe e un occhio.

Altri ancora le gambe sono riusciti a salvarle, e seppur zoppicando, si sono rialzati e hanno ingaggiato una lotta senza quartiere per difendere le vittime del terrorismo. È il caso di Françoise Rudetzki. Nel 1983 una bomba esplosa davanti al ristorante parigino dove stava mangiando con il marito le ha quasi strappato una gamba. Una statua che oggi sorge all’Hôtel national des Invalides simboleggia le battaglie che Françoise ha da allora condotto: per ottenere che l’esplosione venisse riconosciuta come atto terroristico, ma soprattutto per sostenere chi, come lei, del terrorismo è stata vittima.

“La mia prima battaglia risale all’86 ed è stata mirata alla creazione di un fondo di solidarietà per indennizzare le vittime del terrorismo, che oggi è unico al mondo. Per la seconda battaglia ci sono voluti quattro anni. Nel ’90 siamo riusciti a far passare una legge che introduce la figura di ‘vittima civile di guerra’ e che da allora equipara quindi il terrorismo a una nuova forma di guerra”.

Qui la pagina d’accesso con tutte le informazioni sul fondo di garanzia per le vittime del terrorismo

Se l’associazione che aveva creato ha dovuto arrendersi per mancanza di mezzi, Françoise Rudetzki continua però a battersi per le vittime del terrorismo. Il primo passo è l’informazione per l’accesso ai diritti. Poi un percorso che non manca di rivelarsi ad ostacoli.

“Questo fondo è finanziato da un contributo di solidarietà nazionale a cui tutti in Francia da anni partecipano, mediante un modico prelievo su tutte le assicurazioni sottoscritte sui beni – spiega ancora Françoise Rudetzki -. Una cifra che dal primo gennaio 2016, ammonta a 4,30 euro. Le risorse che ne derivano sono molto importanti e permettono di coprire il cosiddetto ‘indennizzo integrale’: quello cioè delle ferite fisiche – e delle loro conseguenze -, ma anche delle ricadute psicologiche e della riconversione professionale. È vero però che questo processo può rivelarsi lungo e complesso: la valutazione dei pregiudizi subiti avviene in seguito a numerosi esami medici e talvolta gli esperti – passata l’emozione della prima ora – hanno la tendenza a minimizzare i danni fisici o psicologici”.

C‘è chi il dolore e la rabbia li ha poi affidati a un libro, come Maryse Wolinksi. A lei, l’attacco a Charlie Hebdo ha strappato il marito Georges: graffiante matita del settimanale satirico, con cui condivideva la vita da ormai quasi 50 anni. Cherie, je vais à Charlie, Cara, vado a Charlie, è stato l’ultimo saluto che le ha rivolto il 7 gennaio dello scorso anno.

“Trovo che molte promesse non siano state mantenute – ci dice – . Ad esempio, il fondo di garanzia parla di contributi che dovrebbero assicurarmi lo stesso livello di vita che avevo con mio marito. Ma è passato un anno ormai e si sta rivelando molto complicato. Ora, per esempio, dicono di voler prima verificare quanto renderanno i libri – anche di mio marito -, perché potrebbero defalcarne gli introiti dal mio indennizzo. Ma sono cose completamente diverse, non c’entra niente”.

Se oggi Daniel Biddle è in sedia a rotelle, è perché il 7 luglio del 2005 si trovava a qualche passo appena da uno degli attentatori che si sono fatti saltare in aria nella metropolitana di Londra. Nella battaglia senza fine per superare il trauma, Daniel si è da allora trovato a fronteggiare anche un altro e inaspettato nemico: un sistema di compensazioni che definisce umiliante e surreale.

Qui un articolo e un’infografica della BBC che ricostruiscono nel dettaglio la giornata del 7 luglio 2005 e la posizione di Biddle al momento dell’attacco

“È una di quelle situazioni che ti costringono a misurarti con la portata dell’accaduto – ci racconta Biddle -. Cerchi di accettare la tua disabilità, il tuo nuovo corpo, ma… niente è più come prima. E poi ti consegnano un libro, che sembra il catalogo di un negozio, in cui sono elencate le parti del corpo e ti trovi a dover indicare quelle che hai perso e a scoprire quanto vengono ‘rimborsate’. Per me è poi stato particolarmente drammatico il fatto di aver riportato oltre un centinaio di ferite e menomazioni. Il sistema di compensazione britannico ne prende in conto solo tre, e neanche integralmente. Una volta fatta la lista, deducono cioè le compensazioni che eccedono il tetto previsto. Mi hanno quindi dato l’equivalente di quasi 150.000 euro per aver perso le gambe, ma poi hanno dedotto il 70% dal rimborso previsto per la perdita di un occhio e l’80% da quello per la milza. Di fatto, ti trovi quindi penalizzato per aver riportato più ferite di quelle previste, in un evento del tutto indipendente da te”.

Fra testimoni, familiari e sopravvissuti sono circa 4.000, secondo stime delle autorità francesi, le persone che ancora oggi si trovano a fare i conti con le ferite, soprattutto psicologiche, degli attacchi del 13 novembre a Parigi.

“La “Sindrome del sopravvissuto” in una ricostruzione alla radio francese France-Info”:http://www.franceinfo.fr/actu/article/un-mois-apres-l-attentat-au-bataclan-j-ai-le-syndrome-du-rescape-751433

“Essendo io stesso sopravvissuto a un attacco terroristico so cosa si troveranno a vivere quelle famiglie – racconta ancora Daniel -. E so che nei mesi e negli anni a venire, anche per i sopravvissuti sarà molto duro. Le ferite fisiche alla fine guariscono piuttosto rapidamente, ma le ferite psicologiche no. Quelle possono restare aperte una vita”.

Ed è proprio per guarire queste ferite, che Maryse Wolinski ha scritto il suo libro. Per provare a superare il trauma e a trovare una risposta agli interrogativi che la perseguitano.

“Ho scritto questo libro perché quel saluto, ‘Cara, vado a Charlie’, continuava a perseguitarmi – racconta -. Non smettevo di sentirmelo nella testa ed è proprio da lì che sono partita. Perché per me con quella frase è finito tutto, poi c‘è stato il nulla. Come è stato possibile condurre un attentato contro un giornale satirico che, per quanto considerato ‘obiettivo sensibile’ dalla Prefettura, non era però sorvegliato? Ho fatto quindi delle mie indagini personali e questo libro, che ho scritto durante l’estate, credo sia in qualche modo l’inizio di una ricostruzione”.

Per Daniel la ricostruzione è iniziata dall’incontro con Gem. L’amore e il matrimonio gli hanno dato la forza di mettere la sua esperienza al servizio degli altri. È così che ha creato un’azienda, specializzata nel facilitare integrazione delle persone disabili.

“Ho sempre considerato la disabilità come la peggiore condizione possibile – racconta oggi -. Non avrei mai pensato che sarei finito così e mi ci è voluto del tempo per realizzare che la vita non finiva lì. È soltanto l’inizio di un nuovo capitolo. Mi ritengo fortunato ad aver avuto una seconda opportunità. E molto fortunato, a poter ancora godere della felicità. Ad animarmi, e ad animare la mia azienda, è soprattutto la voglia di dire alla gente che c‘è sempre una via d’uscita. Quanto ci proponiamo è facilitare questo ‘ritorno alla vita’ attraverso piccole cose come andare al ristorante, soggiornare in un hotel, o partire per un weekend come si faceva nella ‘vita di prima’. Se possiamo quindi partecipare a questo processo, è già qualcosa di buono”.

Superare il trauma, tornare alla vita e ritrovare la dignità. Per chi porta le ferite del terrorismo, il cammino è lungo e doloroso. Anche Françoise Rudetzki è però convinta che esista una via d’uscita. Tutto, dice, deve però partire dal riconoscimento dell’uguaglianza di tutti di fronte al dolore. “Ritengo che non si debba fare alcuna differenza tra le vittime del terrorismo: poco importa che si tratti dei giornalisti di Charlie, di personaggi conosciuti o di senza fissa dimora. Tutte devono essere considerate allo stesso modo – conclude -. E del fatto che questa parità sia stata riconosciuta vado oggi fiera”.