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"Cara, vado a Charlie": Maryse Wolinski racconta il suo 7 gennaio

Maryse Wolinski, giornalista e scrittrice, racconta il suo 7 gennaio 2015. Era la moglie di Georges Wolinski, uno dei vignettisti uccisi durante

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"Cara, vado a Charlie": Maryse Wolinski racconta il suo 7 gennaio

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Maryse Wolinski, giornalista e scrittrice, racconta il suo 7 gennaio 2015. Era la moglie di Georges Wolinski, uno dei vignettisti uccisi durante l’attacco a Charlie Hebdo. La donna ha appreso da un tassista della morte del marito. Ha da poco pubblicato il suo ultimo libro “Cara, vado a Charlie”. A Euronews racconta quei momenti terribili.

“Questo titolo riprende le ultime parole che mi ha detto mio marito. La giornata era iniziata come sempre, come tutti gli altri giorni in modo normale ma non banale; abbiamo parlato dei nostri impegni, di quello che dovevamo fare. Io mi stavo preparando, ero ancora in accappatoio, e mentre lui stava per uscire di casa mi ha salutato dicendomi questa frase: “Cara, vado a Charlie.”

“Io invece sono andata alla riunione e ho spento il mio portatile. Ecco proprio in quel lasso di tempo è accaduto tutto, mi riferisco alla strage, una tragedia che non potrò mai dimenticare. Dopo la riunione ho preso un taxi, ho aperto il portatile e mi sono accorta che c’erano moltissime mail e messaggi che chiedevano come stava George. Non riuscivo a capire il perché, così ho chiesto al tassista e lui mi ha detto: “Cosa fa suo marito?” Io ho risposto: “E’ nella sede di Charlie Hebdo’. E lui mi disse: ‘Signora c‘è stato un attacco, un attentato nella redazione di Charlie Hebdo.”

“Ho iniziato a tremare dentro quel taxi. A non capire più nulla. Il signore mi ha riportato a casa, un tassista meraviglioso che non potrò mai dimenticare. Mi ha accompagnato fino alla porta di casa con le lacrime agli occhi, dicendomi: “Pregherò per suo marito”. Ormai però non c’era più nulla da fare perché lui era già morto. E’ stato colpito da quattro proiettili, il primo dritto all’aorta, è morto sul colpo. Lo so che è assurdo ma almeno non ha sofferto, forse non ha avuto nemmeno paura. Questo era il mio cruccio. Quando ci si trova con kalashnikov puntato contro credo sia naturale provare un senso di angoscia, di terrore per quello che potrebbe accadere. Questa era la paura mia e di mia figlia perché entrambe conoscevamo bene il nostro George.”

“Durante il mese di dicembre ho passato un periodo davvero buio, pesante e mi chiedevo in continuazione “perché?” Abbiamo sempre parlato molto della sua morte: Mi diceva:“Che cosa farai quando non ci sarò più?” “Che cosa ne sarà di te?”. Forse non l’ho protetto abbastanza ma so che lui mi proteggerà sempre come ha sempre fatto; a volte mi sento in colpa. Ma lui non mi ha mai raccontato delle minacce di morte arrivate al giornale. Erano davvero parecchie. Forse se l’avessi saputo gli avrei detto di non andare al giornale! Ma non ho mai saputo nulla…”