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Guerra nell'ex Jugoslavia: il lungo e controverso cammino della giustizia

Quello nell’ex Jugoslavia è stato il peggiore conflitto dalla Seconda Guerra Mondiale, avvenuto nel continente europeo. Vent’anni fa gli accordi di

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Guerra nell'ex Jugoslavia: il lungo e controverso cammino della giustizia

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Quello nell’ex Jugoslavia è stato il peggiore conflitto dalla Seconda Guerra Mondiale, avvenuto nel continente europeo.

Vent’anni fa gli accordi di pace di Dayton posero fine alle violenze, mentre era appena cominciata la caccia della giustizia internazionale ai responsabili di crimini di guerra e contro l’umanità. Un cammino che si è rivelato lungo.

“La missione di quasiasi tribunale penale è circoscritta – afferma Theodor Meron, presidente uscente del Tpi – dobbiamo decidere se tu o io siamo colpevoli”.

“Eravamo disperati”, afferma Vasvija Vidovic, avvocato difensore. “Pensavamo che non sarebbe stato fatto nulla per fermare quei crimini orribili in Bosnia per i quali fu istituito il tribunale dell’Aia”.

“Nessuno credeva che Karadzic e Mladic sarebbero stati arrestati”, sostiene Serge Brammertz, procuratore del Tpi.

“Presidenti, generali, primi ministri, alti rappresentanti politici che erano stati coinvolti nel compimento di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità – afferma Carla del Ponte, ex procuratore capo del Tpi (1999-2007) – sono stati portati davanti alla corte”.

“Questa storia è stata raccontata dai testimoni”, dice Ed Vulliamy, giornalista e testimone. “I risultati sono stati possibili grazie ai sopravvissuti e ai familiari dei morti che hanno avuto il coraggio di venire qui a raccontare”.

“Come si può perdonare se nessuno chiede perdono?”, si chiede Kada Hotic, dell’associazione “Madri di Srebrenica”.

“Cercarono di trovarmi un avvocato”, dice Vojislav Šešelj. “Un avvocato inglese. Per me, che sono il miglior avvocato al mondo!”.

Il Tribunale Penale Internazionale per l’ex Jugoslavia fu fondato nel 1993, con una risoluzione dell’Onu, mentre infuriava ancora la guerra. È stata la prima corte penale internazionale istituita dai tempi di Norimberga. Chi doveva portare le prove in tribunale affrontava un lungo e difficile cammino.

“Viaggiavo avanti e indietro tra l’Aia e Sarajevo che era sotto assedio – racconta Vasvija Vidovic – passavo attraverso un tunnel, attraversavo una zona dove venivano lanciate granate e dove erano appostati i cecchini. Subii anche attacchi personali. Una volta sono stata attaccata all’Aia e per questo sono stata protetta dalla polizia per mesi”.

“Parliamo di pulizia etnica in oltre 40 comuni tra il 92’ e il 95’”, afferma Serge Brammertz. “Si tratta dei tre anni dell’assedio di Sarajevo. Parliamo del genocidio di Srebrenica, dei caschi blu presi in ostaggio. Parliamo di più o meno centomila vittime per quanto riguarda il conflitto in Bosnia. Parliamo di oltre un milione di pagine di documenti relativi al conflitto. Quanto voglio sottolineare è che questo lavoro richiede tempo, ma anche che il ruolo di un tribunale non è soltanto pronunciare una condanna prima possibile, ma dimostrare l’ampiezza dei crimini compiuti e offrire alle vittime e ai sopravvissuti una tribuna per raccontare le loro storie”.

“La carneficina in Bosnia era caratterizzata da una specie di intimità macabra”, racconta Ed Vulliamy. “Le persone si conoscevano tra di loro. C‘è chi ha torturato i propri compagni di scuola, i compagni della squadra di calcio. Nell’aula si incontravano di nuovo e alla fine della testimonianza, durante i primi processi, ai testimoni veniva chiesto: riconosce l’imputato? Sì. Può indicarcelo? E lo indicavano. Nel suo processo Dusko Tadic ringhiava, rideva e distoglieva lo sguardo in particolare se si trattava di donne maltrattate o stuprate. Non è materia per studenti di diritto, è materia per noi scrittori, era la storia della guerra che continuava in tribunale”.

“Siamo disperati nei confronti del tribunale”, sostiene Kada Hotic. “Sembra che trovino sempre un motivo per non condannare. La maggior parte delle volte perché l’accusato è malato, ha il cancro o è troppo anziano: alla fine non si arriva alla sentenza. Il caso di Vojsilav Seselj è rimasto senza verdetto, è stato rilasciato per motivi di salute. Perché non è stato possibile sentenziare e poi ordinare il suo rilascio?”.

Il leader del partito radicale serbo, Vojislav Seselj, fu incriminato per crimini di guerra nel 2003.

La Corte non è riuscita a condannarlo e lo scorso anno è stato liberato per motivi di salute.
Il tribunale sostiene che abbia violato le condizioni del rilascio. Ma lui, con diniego e arroganza, afferma di non voler tornare all’Aia.

“Ero davvero malato, ma il motivo non era questo”, sostiene Vojislav Šešelj. “Non sapevano cosa fare con me. Dopo dodici anni non riuscivano a prendere una decisione sul mio caso. Non riuscivano a stabilire un legame tra me e i crimini di guerra. Ero il principale problema del tribunale. Ero l’enfant terrible. Posi molti problemi perché ero il miglior avvocato in tribunale”.

Ma Šešelj non è l’unico: oltre a 161 imputazioni di criminali di guerra, due assoluzioni hanno segnato la storia del tribunale. Il generale croato Ante Gotovina è stato assolto in appello e accolto nel Paese come un eroe. Stesso scenario per il generale serbo Momčilo Perišić.

“Le assoluzioni sono sempre controverse”, spiega Theodor Meron. “E lo sono particolarmente quando si tratta di zone molto politicizzate, dove l’ostilità tra gruppi etnici e nazionali continua nonostante tutti i progressi che sono stati compiuti. Progressi realizzati in parte grazie al nostro tribunale. Ma la missione di una corte internazionale è esaminare con attenzione le prove e vedere se si può giudicare colpevole qualcuno al di là di ogni ragionevole dubbio”.

“Nel corso di oltre otto anni, ho lavorato giorno e notte”, racconta Carla del Ponte. “Non avevo vita privata, vacanze, nulla. Non soltanto io, neppure i miei collaboratori. Ci siamo impegnati per ottenere dei risultati. Non è stato facile, ma ci siamo riusciti. Credo fosse importante per le vittime, perché migliaia e migliaia di vittime di quei crimini chiedono giustizia e ci siamo riusciti”.

Giustizia per le vittime: vent’anni dopo il più grave conflitto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’attesa è ancora lunga. La speranza è nelle sentenze finali su Karadzic e Mladic, che dovrebbero essere pronunciate l’anno prossimo.

Per alcuni non si tratta soltanto di giustizia.

“Sono rimasta senza figlio, senza marito, senza i miei due fratelli, senza cognato”, racconta Kada Hoti. “Ho perso 56 parenti. Fino a quando coloro che hanno compiuto il genocidio non lo riconosceranno – e oggi lo negano ancora – e fino a quando non chiederanno perdono e non si scuseranno, noi non possiamo perdonarli”.