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L'approfondimento: perché afghani e iraniani muoiono in Siria?

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L'approfondimento: perché afghani e iraniani muoiono in Siria?

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Dall’inizio dei bombardamenti russi il numero di iraniani che hanno trovato la morte in Siria è aumentato costantemente.

I media di Teheran hanno usato la definizione “difensori delle reliquie sante”, per descrivere i paramilitari iraniani e afghani che combattono al fianco dell’esercito lealista di Damasco e degli uomini dell’Hezbollah libanese. I quotidiani iraniani sottolineano la minaccia per i luoghi santi sciiti in particolare nella zona attorno alla capitale siriana.

La settimana passata Abdollah Bagheri, portavoce della Guardia Rivoluzionaria, uno dei corpi speciali più ideologizzati dell’Iran, è stato ucciso ad Aleppo, nel nord del paese.

Stessa sorte, nella stessa città, è toccata, tre settimane fa al generale Hossein Hammedani, uno dei massimi ufficiali dei Guardiani della Rivoluzione. Altra unità iraniana d‘élite. Si è trattato del massimo esponente militare iraniano di sempre ucciso in un’operazione all’estero.

Un ufficiale statunitense ha affermato la settimana scorsa che ci sono almeno 2000 iraniani, o combattenti filo-iraniani, che si battono contro i gruppi ribelli in uno sforzo coordinato con la Russia, e con il regime del presidente Bashar al Assad.

Combattenti afghani

Sin dal secondo anno di guerra civile in Siria, l’Iran ha dispiegato la sua capacità militare nel paese. Per limitare le critiche interne (dette a mezza voce, ma comunque esistenti) e quelle internazionali di essere coinvolti in un conflitto civile all’estero, Teheran ha preferito impiegare cittadini afghani residenti in Iran. Il nome di questo corpo è Brigata Fatemiuns, dal nome di una delle figlie del profeta Maometto. Sono una specie di Legione Straniera. Si dice che ogni soldato guadagni circa 500 dollari al mese e che, dopo essere stato impiegato, possa ottenere la residenza definitiva in Iran.

Perché questo coinvolgimento?

L’Iran è stato e continua ad essere, il più strenuo difensore del regime di Bashar al Assad. Le motivazioni però, vanno oltre la religione e risiedono soprattutto nella geopolitica. Durante la guerra fra Iran e Iraq il siriano Hafiz Al-Assad, padre dell’attuale presidente, fu l’unico alleato di Teheran nella regione. Un debito di gratitudine che gli ayatollah non sembrano aver dimenticato.

Inoltre la Siria non ha mai firmato un trattato di pace con Israele, a differenza di Egitto e Giordania. Per questo il regime di Assad è considerato a pieno titolo membro di quella che Teheran chiama “l’asse della resistenza” contro Tel Aviv.

I leader della Repubblica Islamica sono convinti che una sconfitta in Siria costituirebbe uno smacco difficilmente riparabile per Teheran a fronte di un aumento dell’influenza politico-ideologica nella regione da parte delle monarchie dei paesi del Golfo e di Israele.