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L'Europa torna a crescere

L’economia europea ha ripreso a crescere, anche se lentamente. Si tratta di una crescita solida e duratura? Lo abbiamo chiesto al commissario europeo

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L’economia europea ha ripreso a crescere, anche se lentamente. Si tratta di una crescita solida e duratura?

Lo abbiamo chiesto al commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici.

Siamo quindi andati in Polonia per vedere come le imprese si stiano preparando al futuro, e in Germania per parlare con la Bundesbank dei rischi che incombono sull’export europeo e che potrebbero guastare queste nuove prospettive.

Uno degli indicatori della crescita è l’occupazione, che è stabilmente in ripresa. Il tasso di senza lavoro è al 9,5% in Europa e all’11% nell’eurozona, in calo nella maggior parte dei Paesi, e in particolare in Slovacchia, Spagna e Irlanda. Fanno eccezione soltanto quattro Paesi. Ma la disoccupazione non è che uno degli indicatori. Vediamo quali sono gli altri.

Indicatori per la crescita

Come alla linea di partenza in una corsa di Formula Uno, i segnali di crescita economica sono finalmente arrivati.

Ma, proprio come succede nei primi giri di una gara, strategia, prudenza e qualche difficoltà possono incidere sui tempi di ogni pilota.

In economia, la velocità si misura con il Prodotto interno lordo. E questo sta crescendo rispetto all’anno scorso, tanto nella zona euro quanto nell’Unione europea. Fa eccezione la Francia, dove il Pil è stabile.

A schiacciare con più decisione sul pedale dell’acceleratore sono Lettonia, Malta, Repubblica Ceca e Spagna.

Anche gli altri indicatori che alimentano queste auto da corsa sono positivi: i consumi privati sono in aumento, le esportazioni pure, e lo stesso può dirsi delle importazioni.

La corsa prevede molti giri di pista, ma una cosa è certa: le auto sono partite.

Un altro indicatore è l’andamento della produzione. Per misurarlo, si ricorre all’indice della produzione industriale, che identifica punti di svolta nello sviluppo economico, misurando la variazione nel tempo del volume fisico della produzione. Questo indice sta mostrando segnali di ripresa: alcuni più forti, altri meno. Monica Pinna è andata in Polonia per verificarlo.

L’esempio della Polonia

L’industria è la spina dorsale dell’economia europea. Produce l’80% dell’export dell’Unione, e l’export è tra i motori della ripresa. Ad esempio in Polonia – una delle economie emergenti europee – il PIL sta crescendo oltre il 3% all’anno e nel 2015 la produzione industriale aumenterà di circa il 5.5%. Per capire cosa sta all’origine di questa crescita, “abbiamo visitato il primo fornitore polacco di bus cittadini, esportatore chiave in Europa”:

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Dariusz Michalak, vice ad di Solaris: “Considerando i nostri risultati, le nostre vendite negli ultimi anni, non c‘è stato un grosso calo delle vendite. Questo è stato possibile grazie alla nostra presenza in molti mercati europei e non solo in Europa. Quindi quando alcuni mercati sono andati in calo, ci siamo indirizzati verso clienti che richiedevano prodotti specifici”.

Compagnie come Solaris sono cruciali per l’economia europea, considerando che l’industria dell’auto fornisce 12 milioni di posti di lavoro in Europa e rappresenta il 4% del PIL europeo.

Monica Pinna, euronews: L’andamento della produzione indiustriale indica che l’Europa è ritornata a crecere, ma anche che questa crescita sta avvenendo a velocità diverse da paese a paese”.

In alcuni Paesi, come Francia, Olanda ed Estonia, la produzione industriale è negativa. Invece, in altri mercati emergenti dell’Unione, come Polonia e Repubblica Ceca, l’indice sta salendo.

Ma quali binari sta seguendo la crescita economica nella totalità dei 28 Paesi membri rispetto all’Eurozona? Lo abbiamo chiesto, facendo un tour di Poznan, a Tadeusz Kowalski, professore all’Università di Business ed economia della città.

Tadeusz Kowalski, docente presso la Poznan University of Economics and Business: “Paesi come l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Polonia sono ancora molto meno sviluppati rispetto al nocciolo duro dei Paesi europei. Stiamo recuperando rapidamente, ma dobbiamo essere realistici. Avremo bisogno di almeno vent’anni per raggiungere il livello di produttività della media del PIL pro capite dell’Europa più sviluppata”.

Circa la metà dei settori dell’Eurozona sono ancora in recessione. Nell’Europa centrale tutti i settori sono in espansione, sebbene questa crescita vari da settore a settore.

Pierre Moscovici: la crescita è solida

Maithreyi Seetharaman, euronews: E’ nostro ospite il commissario europeo agli Affari economici e finanziari, Pierre Moscovici. I Paesi europei si stanno muovendo a velocità molto diverse fra loro: questo fa apparire meno solida la ripresa europea?

Pierre Moscovici: No. L’Europa ha ormai imboccato saldamente e chiaramente la via della ripresa. Il problema è che questa ripresa è innanzitutto fiacca, e in secondo luogo disuguale. Disuguale tra i membri dell’eurozona e quelli che non ne fanno parte.

euronews: Perché questa differenza?

Moscovici: Perché l’eurozona ha dovuto adattarsi di più durante la crisi, a causa di norme più severe. Se guardiamo le previsioni di crescita diffuse alcuni mesi fa – le prossime saranno pubblicate all’inizio di novembre – il divario è appena dello 0,2, 0,3 per cento. Gli anni scorsi era il doppio.

euronews: Come ha ricordato, l’eurozona ha beneficiato di molte iniziative per favorire la crescita: tra queste, il quantitative easing della BCE. Cosa succederebbe se questo programma venisse interrotto?

Moscovici: Sono convinto che il programma di quantitative easing durerà tutto il tempo necessario, quindi non temo eventuali interruzioni. Ma la politica monetaria non è tutto. Dobbiamo intervenire a più livelli: in primo luogo, completare il consolidamento fiscale; secondo, riforme strutturali; terzo, investimenti; e quarto, politica monetaria. Con questi quattro pilastri, avremo ottime potenzialità di crescita.

euronews: Qual è il piano B, se le cose dovessero cambiare?

Moscovici: Non mi piace pensare al condizionale. Gli interventi della BCE sono di lungo periodo. I timori devono essere fondati sui rischi, ma qui non ci sono rischi. L’avvio della ripresa non deve farci rallentare sulle riforme, soprattutto quella del mercato del lavoro, ma non solo, anche quella del sistema pensionistico.

euronews: C‘è qualche Paese in particolare che sia rimasto indietro e che potrebbe fare lievitare i rischi interni?

Moscovici: Non intendo puntare il dito contro un Paese o contro l’altro. Ma sappiamo quali Paesi devono fare di più, senza dubbio: ne conosco diversi…
Il secondo rischio riguarda gli investimenti: servono maggiori investimenti in Europa. Anche se i mercati emergenti sono attualmente in difficoltà, come pensiamo di diventare i più innovativi e i più competitivi al mondo nel prossimo decennio, senza investimenti adeguati?

euronews: Partiamo ora insieme a Guillaume Desjardins alla volta della Germania. Il primo esportatore in Europa è anche il Paese dove meglio si scorgono i rischi che incombono sulla crescita. Stiamo parlando del rallentameno dell’economia cinese, oltre a quello di vari altri mercati emergenti.

L’export tedesco

Rainer Hundsdorfer dirige un’azienda che produce ventilatori e pompe di calore, destinati per la maggior parte all’esportazione.

Un’attività cominciata con appena 35 dipendenti. Oggi, questa impresa dà lavoro a 12mila persone. E contribuisce a diffondere il made in Germany ai quattro angoli del pianeta.

Rainer Hundsdorfer, presidente di Ebm Papst: “La nostra azienda vende il 75% dei suoi prodotti fuori dalla Germania. Italia e Francia sono mercati che crescono in fretta, anche quello tedesco va bene… abbastanza, diciamo. Lo stesso vale per il Nord America. La Cina sta rallentando, ma continua a crescere, e il resto dell’Asia va abbastanza bene”.

L’export alimenta la creazione di posti di lavoro in Europa. Ma, di recente, l’economia in Cina ha rallentato. E molti si chiedono cosa succederà se anche i consumi dovessero calare ulteriormente.

L’altra minaccia arriva da Russia e Brasile: economie dipendenti dalle esportazioni di petrolio, duramente colpite dal crollo del 57% dei prezzi del greggio negli ultimi sedici mesi.

E la ruota potrebbe rallentare ancora di più per India, Cina e Sudafrica, che insieme a Brasile e Russia formano il gruppo dei Brics.

Guillaume Desjardin, euronews: “Cina, Russia e Brasile: è in questi tre Paesi che finisce il 18% delle esportazioni europee. Ma se i cosidetti Brics smetteranno di comprare i nostri prodotti… a chi potremo venderli?”

Per ora, la Banca centrale tedesca non sembra preoccupata perché convinta che le difficoltà nei mercati emergenti non comprometteranno la ripresa in Europa.

Jens Ulbrich, capo economista della Bundesbank: “Riguardo i fattori interni, possiamo contare su bassi costi energetici e un’inflazione vicina allo zero: tutto ciò fornisce uno stimolo reale ai redditi e ai salari. A questo aggiungiamo tassi di investimento a due cifre per il rinnovo dei macchinari, ad esempio in Portogallo, in Spagna e in Irlanda. Le imprese che operano in alcuni settori risentiranno più di altre del rallentamento in Cina. Ad esempio, il 6% dell’export tedesco complessivo è destinato alla Cina. Ma, se consideriamo unicamente il settore automobilistico, la percentuale sale al 10. Le aziende che non hanno diversificato abbastanza sui mercati esteri subiranno un impatto maggiore di altre per quanto sta avvenendo in Cina".

Secondo i calcoli della Bundesbank, i Paesi Brics risentiranno di un calo della crescita, ma questo non porterà a una recessione.

Ulbrich: “Porterà a una diminuzione del tasso di crescita nella zona euro pari a circa lo 0,2 per cento. Quindi, non molto. Va detto però che un più forte rallentamento potrebbe provocare un aumento dell’incertezza, della volatilità sui mercati finanziari”.

Hundsdorfer: “Questo significa che dobbiamo tenere gli occhi aperti e puntare a nuovi mercati”.

Pierre Moscovici: non temo per l’economia dell’Ue nella sua globalità

Maithreyi Seetharaman: Commissario Moscovici, la dipendenza europea dal mercato cinese la preoccupa?

Pierre Moscovici: La Cina è senz’altro in una fase di transizione. Nelle nostre stime per il 2015, non vedo effetti. “Nel 2016, la Cina sarà forse menzionata tra i fattori di rischio, ma di importanza ridotta”:

. Pensiamo che l’economia globale debba tenere conto di questi fattori, crediamo che la Cina debba varare riforme strutturali e comunicare meglio. Ma non siamo preoccupati per l’economia europea nella sua globalità.

euronews: Quanto siamo esposti alla crisi in Russia, guardando avanti?

Moscovici: La Russia sta entrando in una profonda recessione e ha bisogno di riforme strutturali. E’ meglio per la Russia e per il mondo che le riforme siano effettuate perché l’economia ne uscirebbe rafforzata, tutti se lo augurano. Ma mi pare che l’Europa sia solo marginalmente esposta. I nostri problemi sono soprattutto interni. L’Europa deve porre le premesse per un’economia più forte. Il nostro potenziale di crescita per i prossimi dieci anni, se non cambiano quelle premesse, è dell’1% all’anno: è un tasso solido, ma non è sufficiente. Dobbiamo favorire il commercio: io sono favorevole agli accordi di liberi scambio, quando sono ragionevoli e negoziati come si deve. A preoccuparmi, sono i problemi di ordine non economico, seppure ovviamente legati alla crescita: parlo dell’aumento del nazionalismo, della xenofobia e della paura diffusa tra i cittadini che l’Europa non sia più la soluzione, ma il problema. Voglio che l’Europa sia la soluzione.