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Riace, modello di accoglienza dei rifugiati che resiste alla crisi

E’ giorno di festa a Riace. In questo comune della Locride, in provincia di Reggio Calabria, si celebrano i patroni San Cosma e San Damiano: medici

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Riace, modello di accoglienza dei rifugiati che resiste alla crisi

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E’ giorno di festa a Riace. In questo comune della Locride, in provincia di Reggio Calabria, si celebrano i patroni San Cosma e San Damiano: medici di origine araba vissuti nel III secolo.

Una ricorrenza che cade due volte l’anno, a maggio e a settembre. Questa volta, accanto al sindaco, c‘è un ospite d’onore: Even, nove anni, è arrivato dall’Etiopia da appena tre giorni.

“San Cosma e San Damiano vengono dalla Siria – spiega il primo cittadino, Domenico Lucano – Oggi, la Siria è per alcuni aspetti il centro dei problemi del mondo. C‘è un esodo biblico che non ha precedenti nella storia dell’umanità e oggi da Riace io voglio che venga trasmessa questa immagine di un bambino che, come un segno positivo di una speranza, di una vita nuova, ci ricorda che tutti gli esseri umani hanno il diritto di vivere”.

Even e sua madre Haregu Kesete sono stati separati per quattro anni. Quando lei si mise in viaggio dall’Eritrea, per arrivare in Europa, non ebbe modo di portarlo con sé. Ora che si sono ritrovati, il bambino potrà crescere qui in Calabria.

Haregu lavora in una vetreria. Come rifugiata politica, è riuscita a ottenere un permesso di soggiorno per suo figlio tramite la procedura per il ricongiungimento familiare.

“E’ difficile portare bambini dal mio Paese – racconta – Allora ho detto a mia sorella di prendere mio figlio… e lei lo ha preso ed è scappata come me. Con i bambini, è andata in Etiopia. Io le ho sempre mandato dei soldi, anche per mio figlio. Senza questo lavoro, non avrei fatto niente. Questo lavoro è stato un aiuto grande per me”.

La vetreria è uno dei laboratori di artigianato creati dall’associazione Città Futura, che co-gestisce un programma per i rifugiati e i richiedenti asilo finanziato dal ministero dell’Interno.

Oltre ai laboratori e alle formazioni dispensate dagli abitanti di Riace, i rifugiati ricevono bonus da spendere in paese, alloggi in cui dormire, e accedono a corsi di italiano.

Tutto ha avuto inizio dopo l’estate del 1998, quando un’imbarcazione partita da Istanbul che trasportava 300 rifugiati curdi toccò terra in questa parte della costa ionica meridionale.

All’epoca, il destino di questa comunità sembrava segnato dallo spopolamento. Insieme ad altri concittadini, il sindaco Lucano fondò l’associazione Città Futura per trasformare Riace in una città dell’accoglienza.

“Questa strategia – spiega – ha messo in atto delle dinamiche sociali che hanno permesso di recuperare dei servizi fondamentali come la scuola, ha messo in atto anche da un punto di vista economico il recupero di alcune botteghe, di alcune realtà commerciali che praticamente avevano chiuso. L’arrivo delle persone ha messo in atto delle dinamiche che hanno prodotto una speranza, per le persone che sono arrivate ma anche per le persone del luogo”.

Alla fine degli anni Novanta, qui vivevano 900 abitanti. Oggi, sono 2.800, di cui 400 migranti, di oltre 20 nazionalità diverse.

Questa coabitazione ha ridato prospettive a un Paese che i flussi migratori li aveva conosciuti soltanto in uscita, con l’esodo dei giovani verso il Nord Italia.

E’ il caso di Franceso Capece, che torna a Riace soltanto per le feste: “Sono emigrato per il lavoro, si, nel ’96, quando sono andato su in Piemonte, a Torino. Perché qua non c‘è più niente. Come fai ad andare avanti qua? Non puoi fare una famiglia, non puoi fare niente, non hai un futuro. Una volta c’era tanto lavoro, negli anni Ottanta… Adesso non c‘è niente, solo immigrati e basta. E’ anche grazie a loro se il Paese è un po’ rinato”.

“Il paese si ripopola, viene tanta gente, facciamo delle amicizie. Ce li mandano e noi siamo contenti”, dice Leonardo Squillace, un anziano residente del posto.

Il modello di accoglienza che ha favorito la rinascita di Riace non basta tuttavia a garantire un solido avvenire.

Non sono molte le famiglie di migranti che scelgono di stabilirsi qui.

La scuola conta oggi 11 alunni, sei dei quali sono stranieri.

“Senza i bambini stranieri, questa scuola sarebbe rimasta chiusa – afferma l’insegnante Maria Grazia Mittica – Però l’elenco va sempre aggiornato perché qua, siccome ci sono stranieri, ci sono bambini che vanno e vengono”.

Daniel Yaboah è arrivato dal Ghana sei anni fa. A Riace si occupa della raccolta differenziata dei rifiuti. Per il momento, non ha alcuna intenzione di andare altrove. Conta anzi di rimanere il più a lungo possibile nel paese che lo ha accolto insieme alla sua famiglia.

“Questo paese significa molto per me – dice – La gente di qui è brava gente, gentile con tutti. Non c‘è discriminazione. Sono molto contento di stare qui”.

I suoi due figli sono nati a Riace. Li ha chiamati Cosimo, in omaggio a San Cosma, e Domenico, in onore del sindaco. “Voglio che questo sia di esempio per tutti, per ogni Paese europeo – aggiunge Daniel – Se si convincono ad aiutare gli stranieri, anche noi siamo pronti a dare il nostro contributo”.

Bahram Acar è l’unico rimaso di quel gruppo di rifugiati curdi sbarcati a Riace 17 anni fa. Nel frattempo, ha acquisito la cittadinanza italiana e si è dato da fare come fabbro, muratore, carpentiere.

Qualche tempo fa aveva anche messo in piedi un’impresa edile, ma ha dovuto chiudere a causa della crisi. I tempi – dice – sono difficili per tutti: “C‘è stata la crisi in tutta Italia. In Calabria, questa zona è stata colpita di più perché non è una zona industriale. In questi due o tre anni c‘è stato poco lavoro. Adesso ho iniziato, per cinque o sei mesi all’anno, a lavorare con il progetto Città Futura. Per il resto, se trovo da lavorare lavoro. Altrimenti sto a casa”.

La crisi ha messo a dura prova il già fragile equilibrio su cui poggia l’economia locale. Le tante case abbandonate descrivono un luogo di passaggio, più che un ormeggio permanente.

Agali non aspetta altro che di partire. Venuto dal Mali, non beneficia più di alcun aiuto economico e non riesce a trovare lavoro. Da qualche tempo, vive grazie alla generosità degli abitanti.

“Devo ottenere il mio permesso di soggiorno – racconta – poi… cercherò di vendere qualcosa, non so: i miei vestiti o qualcosa… cercherò qualcuno che mi possa aiutare a comprare un biglietto per andare da qualche parte”.

Agali non è il solo a pensarla così. Il disagio sembra diffuso tra gli stranieri di Riace, nonostante il sostegno delle associazioni e gli sforzi della comunità.

Quello che per anni è stato assunto a modello di accoglienza mostra i suoi limiti.

“E’ difficile vivere qui, non siamo a nostro agio. E poi ci trattano male – racconta un richiedente asilo che vuole restare anonimo – Siamo senza documenti. Io, ad esempio, sono andato a lavorare per tre mesi. Ma finora non mi hanno ancora pagato. Ci sono delle volte in cui arrivo a casa e mi viene da piangere. Davvero, mi viene da piangere, perché così non va!”.