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Cosa sta succedendo in Israele e nei Territori palestinesi

L’ondata di violenza, che investe nuovamente Israele e la Cisgiordania, sembra essersi intensificata negli ultimi giorni. Sono almeno otto le vittime

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Cosa sta succedendo in Israele e nei Territori palestinesi

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L’ondata di violenza, che investe nuovamente Israele e la Cisgiordania, sembra essersi intensificata negli ultimi giorni. Sono almeno otto le vittime israeliane e oltre 30 quelle palestinesi.

Numeri che stanno mettendo sotto pressione le autorità israeliane e palestinesi. Il timore è una terza intifada.

La dinamica degli attacchi lascia perplessi, a condurre gli assalti contro obiettivi e cittadini israeliani, lupi solitari, il più delle volte giovanissimi di 15-20 anni che, senza essere legati ad alcuna organizzazione, si muovono con armi improvvisate, come coltelli da cucina, per farsi giustizia da soli.

Israele risponde schierando l’esercito nelle maggiori città del Paese così da accrescere il senso di sicurezza.

Il segretario generale dell’Olp, Saeb Erekat, accusa Israele e le sue politiche di essere alla base dell’escalation di violenza.

Mohamed Abdel Azim, euronews:

-Elie Barnavi, ex diplomatico per lo Stato d’Israele in Francia, ci può dire cosa sta succedendo a Gerusalemme, Betlemme, in Cisgiordania e Gaza?

Elie Barnavi:

“C‘è stata un’esclation della violenza, spontanea e improvvisa. Una sorta di intifada che non somiglia alle precedenti, perché è animata da giovanissimi, mobilitati attraverso i social media e sui quali l’autorità palestinese non ha alcuna presa.
La reazione immediata è questa sorta di sentimento di appropriazione del Monte del tempio e se si analizza il fatto in profondità si tratta di un’occupazione che non ha via di sbocco diplomatica. Accumulo d’odio e frustrazione”.

-Ha fatto riferimento alla moschea di Al Aqsa, possiamo considerare le mosse dell’estrema destra israeliana pericolose?

“Ci sono elementi di estrema destra, nello stesso governo, che vorrebbero cambiare lo stato delle cose, ma questo non accadrà; il premier Netanyahu l’ha detto chiaramente: nessuna possibilità di cambiare lo status quo di Al Aqsa. Ma la sola parola Al Aqsa anima i sentimenti più forti. Si tratta di un luogo altamente simbolico. E inneggiare alla rivolta in nome di Al Aqsa è facile e comodo”.

-Tra coltelli e social media qualcuno parla già di inifada numero tre.

“Non siamo ancora a questo punto, anche se non siamo molto lontani. Se non riusciamo a dominare quest’ondata di violenza, rischiamo la deriva verso una vera intifada.
Ma si tratta di un’ondata di violenza già importante di per sé. Una sorta di isteria sembra dominare tutti.

Si ha paura di uscire in strada e il governo non sa che fare. Nelle precedenti intifade, perlomeno, si sapeva con chi bisognava prendersela.
Non è così oggi, siamo di fronte a elettroni liberi che nessuno dirige più, per cui è difficile prevedere possibili e eventuali mosse”.

-Riguardo ciò, malgrado la chiusura di Gerusalemme Est, ritiene che Israele e Autorità possano riaprire il negoziato?

“Non c‘è solo la chiusura di Gerusalemme Est, anche questo è uno slogan. Bisogna dare l’impressione ai cittadini di fare qualcosa.Ma in realtà non si tratta di blindare Gerusalemme,d’altra prte l’ideologia di fondo è quella di una Gerusalemme unita e blindarne alcuni quartieri è un controsenso”.

Come vive la popolazione questa situazione?

“Vive nella paura di nuovi attentati. Ma, forse è troppo presto, nessuno cerca di capire le ragioni profonde di questo stato di cose e riflette a come se ne può uscire”.