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Voci e storie dalla Crimea: "Ecco la vita nell'era Putin"

Il biglietto da visita della nuova Crimea è già nei graffiti che campeggiano a Yalta. Ai comandi c‘è ormai Capitan Putin, rassicurano dai muri su

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Voci e storie dalla Crimea: "Ecco la vita nell'era Putin"

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Il biglietto da visita della nuova Crimea è già nei graffiti che campeggiano a Yalta. Ai comandi c‘è ormai Capitan Putin, rassicurano dai muri su lungomare: promessa di una nuova era, che i racconti della popolazione declinano però in tinte e sfumature tra loro molto diverse.

Ne sa qualcosa Katya: docente di arti figurative, che incontriamo nello studio, dove dà lezioni ai suoi studenti. Dall’annessione della Crimea alla Russia, nel marzo dello scorso anno, lamenta un lieve peggioramento delle sue condizioni di vita. Da professionista del chiaroscuro sfuma però i suoi giudizi e, dopo averci parlato di corsi e ricorsi storici, lascia che del resto ci parli un suo amico di Kiev.

“Mio padre è nato qui prima della Seconda guerra mondiale – ci racconta Katya -. Quando la Crimea venne annessa alla Repubblica Ucraina, come parte dell’Unione Sovietica, ne fu molto amareggiato. Non aveva mai smesso di sperare in una riunificazione con la Russia e la prima volta che sono tornata qui dopo il referendum del 2014 mi ha abbracciato e poi mi ha subito detto: ‘Finalmente!’. Parlava della riunificazione alla Russia. E voleva dire che finalmente si sentiva di nuovo russo. Io però gli ho risposto: ‘Ascolta, papà: quello che hai vissuto tu all’epoca, lo sto vivendo io oggi al contrario: mi sento strappata all’Ucraina’”.

Ad accompagnarci sulla spiaggia di Yalta, con Katya c‘è anche un suo amico. Si chiama Kostya e insegna inglese a Kiev, ma conosce bene la Crimea. “All’inizio qui erano tutti entusiasti, perché erano stati loro promessi stipendi migliori e pensioni più alte – ci racconta -. In molti si erano lasciati sedurre, soprattutto i pensionati, perché aspiravano agli standard di vita russi. Da quanto mi risulta, gli aumenti all’inizio ci sono stati. Sono durati un paio di mesi, ma poi è successa una cosa molto particolare: i prezzi hanno cominciato a salire e visto il livello degli stipendi, la gente non è riuscita a tenere il passo con il costo della vita. Non riesco davvero a immaginare come possano andare avanti così” .

Ci spostiamo poi ad Alushta: una nota località di mare, affollata di visitatori e costellata di bancarelle che vendono souvenirs. Dal referendum per l’annessione i turisti sono però diminuiti della metà: 3 milioni in meno in un anno e una schiaccianta maggioranza di visitatori che oggi vengono dalla Russia. Clienti che apprezzano molto i quadri del marito di Olga. Dopo averci accolto nel loro negozio, lei ci apre anche le porte del loro appartamento. Per quanto ucraino, il marito Anatoly è tra i sostenitori dell’annessione alla Russia.

“Sapete, io sono un pittore – ci dice -. E quanto ho notato nel corso degli anni è che in molti vengono a visitare la Crimea. Non solo ricchi, ma anche persone comuni hanno potuto permettersi il viaggio. Personalmente, al referendum non ho potuto votare perché ufficialmente la mia residenza non era in Crimea, ma a Poltava, in Ucraina. Io e mia moglie abbiamo però dato voce al nostro appoggio all’annessione alla Russia, partecipando a tutte le manifestazioni di piazza che sono state organizzate”.

Simile entusiasmo qualche porta più in là. Tanya è una vicina di Olga e Anatoly.
“In Ucraina sarei andata in pensione a 59-60 anni – dice -. Ora ne ho 55 e qui mi hanno già consentito di andarci! In Ucraina vivevamo solo dello stipendio del mio figlio maggiore – l’equivalente di 45 euro -, che ovviamente non ci bastava. Anche mio figlio Pasha ci dava quindi una mano. Faceva il cameraman a Kiev e senza di lui non avremmo neanche avuto di che comprare cibo e medicine. Quando la Crimea è passata alla Russia, anche il maggiore, Ilusha, ha poi cominciato a portare a casa uno stipendio migliore. Eravamo pazzi di gioia, all’inizio ci pareva enorme! È vero che poi i prezzi hanno cominciato a salire, ma anche il suo salario è aumentato fino a 15.000 rubli, l’equivalmente di 200 euro”.

Appena un piano più su incontriamo la famiglia Gorbanyov. Ad aprirci è la moglie di Gennady, un ex capitano della flotta mercantile. Per lui, l’orgoglio russo è una questione di origini e di famiglia. “Sono nato a Leningrado, oggi San Pietroburgo – racconta Gennady -. Ci siamo trasferiti qui all’inizio degli anni ’70. Soprattutto mia madre e mio padre si sentivano molto legati alle loro radici e hanno allora cominciato a ricostruire l’albero genealogico della famiglia, per trasmetterlo ai nipoti e alle generazioni che verranno”.

Gennady ci mostra poi con orgoglio cimeli e foto di famiglia: “Questa è la croce dell’ordine russo di San Giorgio – ci spiega -. E questo è mio nonno: era un sottufficiale nella cavalleria durante la Prima Guerra imperiale, la Prima guerra mondiale. Io ho invece dedicato la mia vita al mare e dal 1970, per 45 anni, ho lavorato come capitano per la marina mercantile. La mia non è una vita facile, quello che conta è però che siamo tornati alla Russia. Finché il corridoio per il transito delle merci non sarà ultimato, le difficoltà per noi certo continueranno. Con lo stipendio che avevo in Ucraina non riuscivo però neanche a fare il pieno alla macchina. Ora lo faccio quattro volte al mese!”.

Se i 200 km fra Sinferopoli e Kerch sono un cantiere aperto è perché questa è un’arteria cruciale per i collegamenti fra Russia e Crimea. Il fatto che si trovi all’imbocco del mare di Azov regala infatti a Kerch il ruolo di più diretto snodo marittimo con la Russia. Il il trasporto di merci e passeggeri resta però costoso. Mosca ha quindi avviato l’ambiziosa costruzione di un ponte, in cui molti confidano per un calo dei prezzi.

Non sono però i prezzi a preoccupare i Tatari di Crimea. Se la maggioranza loro vive con ostilità l’annessione da parte russa è perché lamentano violenze e discriminazioni da parte delle nuove autorità.

A parlarci di come sono cambiate le cose è un rappresentante del Consiglio dei tatari. “Una delle principali caratteristiche della mentalità russa è l’abitudine alla pazienza – ci dice Ali Özembash -: la convinzione che basta cioè tenere duro e tutto finirà prima o poi per risolversi. Pensi anche solo ai cantieri o ai progetti di costruzione che hanno intrapreso: non c‘è una sola scuola che non sia stata ultimata. Stanno costruendo infrastrutture militari, ponti, e ora hanno cominciato anche a costruire nuove strade. Non arriverei però a dire che che la Russia si interessa alla ‘popolazione’ della Crima. Questa sarebbe una menzogna”.

Il limbo schiuso dall’annessione alla Russia ha spinto le compagnie occidentali a lasciare la Crimea.

“Quando lavoravo per delle compagnie mercantili straniere – torna a raccontarci Gennady – arrivavo a guadagnare fino a 10.000 dollari al mese”.

Se lui ha dovuto dire addio al suo profumato stipendio, molti hanno perso del tutto il lavoro come Yevghenya, un’interprete oggi costretta a vivere di lavori saltuari.

“Per oltre 10 anni ho lavorato a progetti di assistenza tecnica su scala internazionale – ci racconta -. Dopo il referendum tutte le compagnie se ne sono però andate perché, da quanto ho capito, la legge ora vieta lo sviluppo di simili progetti internazionali sul territorio russo. E a farne le spese è stato anche il progetto a cui lavoravo io”.

Per Yevghenya e altri che come lei hanno perso il lavoro, Putin non è ancora riuscito a fare i miracoli di cui altri parlano. A riempire i traghetti sono soprattutto turisti russi mentre quelli di altri paesi europei, al pari delle compagnie internazionali, sembrano essere stati allontanati da restrizioni russe e sanzioni occidentali. Presto avvicinata a Mosca da un ponte, la Crimea appare insomma dall’annessione sempre più lontana dal resto del mondo.