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In arrivo la moneta di Isil, il "dinaro" del Califfato

Le immagini hanno fatto il giro di Internet: Isil ha la sua moneta, ed è davvero “moneta”, cioè oro e argento, non banconote. Le immagini sono state

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In arrivo la moneta di Isil, il "dinaro" del Califfato

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Le immagini hanno fatto il giro di Internet: Isil ha la sua moneta, ed è davvero “moneta”, cioè oro e argento, non banconote.

Le immagini sono state postate su Twitter da attivisti anti-jihad, come Abu Ibrahim Abu Ibrahim Raqqawi, da Raqqa:

Raqqa:

L’autoproclamato Stato Islamico ha anche annunciato i tassi di cambio (altrettanto autoproclamati). Un dinaro d’oro varrà 139 dollari e un dinaro d’argento sarà equivalente a un dollaro. Come riporta Terrormonitor.org:

L’aspetto

L’aspetto appare simile alle immagini diffuse l’anno scorso, quando Isil annunciò l’intenzione di usare monete d’oro, d’argento e di rame.

Sulle foto pubblicate su Twitter si vedono una moneta dell’ammontare di 5 dinari, su cui è scritto “Stato Islamico” e la data del 21 maggio.

Sull’altro lato dei 5 dinari, troviamo 7 spine di grano, sotto cui appare l’anno islamico 1436 dell’Egira.

Un’altra moneta presenta una mappa del mondo, sotto la quale è inciso lo stesso anno 1436.

Isil non ha annunciato ufficialmente la data in cui la nuova valuta entrerà in circolazione, ma sui social media circola la voce che potrebbe avvenire in occasione dell’Eid, alla fine del Ramadan, quindi fra poche settimane.

Il modello sarebbe il dinaro del Califfato di Uthman, risalente all’anno 650 circa. Diversi paesi nella regione usano ancora la denominazione “dinaro”, ma ormai, come ogni valuta moderna, non c‘è più convertibilità tra moneta e oro.

Il cosiddetto Stato Islamico, però, al momento dispone di ricchezze tali da potersi permettere di instaurare un sistema aureo.

Come si finanzia Isil?

Ma come fa Isil a essere così ricco? È appoggiato da potenze che lo foraggiano a piacere? Si arricchisce attraverso i rapimenti e la richiesta di riscatti? Riceve denaro da misteriosi donatori?

In parte sì, ma in realtà il gruppo jihadista si finanzia in gran parte da sé, come spiega l’Economist in un articolo dello scorso gennaio.

Secondo stime americane, Isil riusciva a raccogliere ben 2 milioni di dollari al giorno solo dalla vendita di petrolio, prima che iniziassero i bombardamenti alleati. E si tratterebbe di stime per difetto.

Il fatto di controllare una zona così ampia fra Siria e Iraq permette anche di raccogliere denaro direttamente dagli abitanti, attraverso le tasse e l’estorsione.

Quanto ai riscatti – che tutti i paesi negano ufficialmente di pagare, naturalmente, facendo esasperare Usa e Regno Unito – hanno contribuito l’anno scorso al finanziamento dello Stato Islamico per 20 milioni di dollari: comunque una cifra ridicola, se comparata con gli introiti procurati dalla vendita di petrolio.

È questa la ragione per cui i bombardamenti della coalizione cercano di colpire soprattutto le raffinerie siriane: per tagliare i fondi a un inesistente Stato che presto disporrà di un’inesistente, ma ben tangibile, valuta.