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Crisi Grecia, oggi Eurogruppo. Varoufakis: non è sede per accordo

L’Eurogruppo di oggi non è la sede per raggiungere un accordo. Le parole del Ministro delle Finanze ellenico Yanis Varoufakis marcano ancora una

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Crisi Grecia, oggi Eurogruppo. Varoufakis: non è sede per accordo

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L’Eurogruppo di oggi non è la sede per raggiungere un accordo. Le parole del Ministro delle Finanze ellenico Yanis Varoufakis marcano ancora una volta la fermezza del governo di Atene nel delicato negoziato sulla crisi del debito. Negoziato con le ore contate e divenuto ormai una scommessa sulla permanenza o meno della Grecia nell’euro.

Entro il 30 giugno Atene deve da un lato rimborsare 1,6 miliardi di euro all’Fmi, dall’altro la sopravvivenza dell’amministrazione pubblica e del funzionamento stesso dello Stato dipendono dall’arrivo o meno dell’ultima tranche di aiuti da 7,2 miliardi di euro.

“Non credo ci potrà essere un accordo. Il vertice dell’Eurogruppo non è pensato per intavolare discussioni che non siano state programmate in anticipo” ha detto Varoufakis. “Non mi risulta che questa preparazione sia avvenuta e sono personalmente convinto che ora un accordo debba essere raggiunto a livello dei leader politici, dei Capi di Stato, Primi Ministri e Cancellieri”.

Il governo di Alexis Tsipras chiede più tempo per rimborsare i creditori ma non intende cedere su punti cruciali come le pensioni o l’aumento dell’Iva, insistendo sulla necessità di superare la strategia dell’austerità che, sostiene l’esecutivo guidato dal partito Syriza, finora ha fatto soltanto danni senza portare ai risultati auspicati.

“Ora stai ai greci presentare una serie di alternative” ha detto tuttavia il Presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, confermando la strategia mantenuta dai creditori in base alla quale è Atene a dover fornire una lista di riforme che vadano incontro alle richieste di Unione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale. “Quel che non intendono fare lo hanno già chiarito molto bene. Ma questo significa che devono presentare altre proposte, che stiamo ancora aspettando. Finchè non le abbiamo nero su bianco non ci può essere un accordo” ha concluso Dijsselbloem.

Una cosa è certa: con la sua intransigenza nel restare fedele agli impegni presi durante la campagna elettorale, il governo della sinistra ellenica ha già dimostrato di aver rivoluzionato l’atteggiamento dei cittadini. Ieri, e non per la prima volta dall’insediamento dell’esecutivo, migliaia di persone sono scese in piazza Sintagma, davanti al Parlamento di Atene, per dare sostegno al Premier Tsipras. E non per criticarlo.

Il corrispondente di euronews ad Atene Panos Kitsikopoulos: “Ogni passo verso i creditori significa un passo indietro per la democrazia. Questa è l’opinione più diffusa qui ad Atene” dice. “La Grecia è stata l’oggetto di un vero e proprio esperimento e ha pagato il caro prezzo della crisi. Ma mentre i negoziati sono in stallo, non sembra ci sia altro modo per la Grecia di restare nell’eurozona se non siglando un accordo con i suoi partner”.

Tuttavia più il tempo stringe più la strategia di Atene lascia l’Unione Europea sola davanti a un dilemma cruciale per il suo stesso avvenire: bisogna permettere o no che la Grecia, dichiarando di fatto il default, esca dall’euro? E, se questo dovesse accadere, come gestire la sua permanenza in seno alla stessa Unione Europea?

Uno scenario che in sostanza tende a ribaltare le carte in tavola. L’interlocutore in posizione di debolezza infatti, la Grecia schiacciata dai debiti, con un tasso di disoccupazione oltre il 25% e con un sistema sociale completamente smantellato, assume in maniera sempre più evidente il ruolo di chi “non ha nulla da perdere”.

Chi invece ha tutto da perdere è l’Unione Europea come progetto, nella sua credibilità e non ultimo a livello della sua reputazione sui mercati internazionali. Se la Grecia può fare default e uscire dall’euro, cosa teoricamente potrebbe impedire che la stessa cosa accada domani per il Portogallo, per la Spagna o per l’Italia?