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Thailandia, 8.000 migranti bambini sfruttati nella filiera del gamberetto

650.000 le tonnellate di gamberetti thailandesi consumate ogni anno dai 28 Paesi europei. Secondo studi recenti nella filiera sono occupati oggi nel

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Thailandia, 8.000 migranti bambini sfruttati nella filiera del gamberetto

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650.000 le tonnellate di gamberetti thailandesi consumate ogni anno dai 28 Paesi europei. Secondo studi recenti nella filiera sono occupati oggi nel Paese soprattutto migranti provienti da Myanmar, Cambogia e Laos. Tra questi, molti minori di quindici anni.

La denuncia arriva da un rapporto pubblicato dalla Ong Terres des Hommes, in concomitanza con le celebrazioni della Giornata mondiale contro il lavoro minorile.

Nonostante gli apparenti miglioramenti compiuti dal Goverrno thailandese in materia di leggi sul lavoro, il settore dell’allevamento dei gamberetti è quello dove si concentrano ancora troppe deroghe ai diritti umani e alla legalità. Una ragione è da rintracciarsi nella scarsa attrattività esercitata dalla filiera per i cittadini thailandesi.

Con un’economia fiorente e appena lo 0,6% di disoccupazione, il Paese è già da una quindicina di anni al centro di un forte fenomeno migratorio, per lo più proveniente dai Paesi più poveri del Sud est Asiatico (Myanmar, Cambogia e Laos).

I migranti vanno a ingrossare soprattutto il settore della pesca, dove gli stipendi restano nettamente al di sotto della media nazionale. L’Ong Terres des Hommes descrive la filiera del gamberetto come un indotto composto per la maggior parte da piccole aziende a gestione familiare, concentrato per lo più nella provincia di Samut Sakhon.

A differenza di quanto accade nelle (poche) grandi compagnie, nelle piccole aziende a gestione familiare la violazione e la deroga alle leggi sul lavoro è una prassi.

Ragazzi al di sotto di quindici anni, che secondo una legge approvata nel 2005 dal governo di Bangkok non potrebbero essere impiegati in nessun tipo di attività lavorativa, lavorano dalle 10 alle 12 ore al giorno per una paga molto al di sotto di quella minima legale.

Molti dei migranti sono spesso obbligati a restare nelle aziende dove si sbucciano i gamberetti per riuscire a ripagare i debiti contratti con i trafficanti che li hanno “aiutati” a lasciare i loro Paesi di origine.

La situazione peggiora per le centinaia di migliaia di persone “impiegate” sulle navi per la pesca.
Imbarcazioni, utilizzate soprattutto nel procacciamento di piccoli pesci, che sono poi destinati a nutrire i gamberetti degli allevamenti. Sulle navi, che possono restare in mare anche per diversi mesi, le condizioni di lavoro vengono descritte al limite della schiavitù. Le testimonianze che arrivano da alcuni migranti, un tempo impiegati a bordo di queste imbarcazioni, raccontano di torture, violenze sessuali ed esecuzioni.
Molti dei migranti impiegati sulle navi per la pesca sono riusciti a sfuggire ai loro aguzzini trovando riparo su alcune isole dell’Indonesia.

Le Nazioni Unite parlano di circa 4000 persone, tutte originarie del Myanmar, Cambogia e Laos oggi residenti in Indonesia. Ma non tutti ce la fanno. Sempre l’Onu ha denunciato sulle stesse isole il ritrovamento di fosse comuni, dove si teme siano stati seppelliti i corpi dei migranti che hanno tentato di ribellarsi ai loro aguzzini sulle navi thailandesi. Molti di questi bambini.