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Londra e l'Europa: vinte le elezioni, Cameron è alla prova dei "falchi"

Alla destra euroscettica ha promesso un referendum. Ora il premier britannico gioca però la carta dei negoziati

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Londra e l'Europa: vinte le elezioni, Cameron è alla prova dei "falchi"

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A Westminster, il conto alla rovescia per il referendum su un possibile addio del Regno Unito all’Unione Europea è iniziato.

Point of view

Cameron si trova a negoziare con un'ala dei Tories che è in ritardo di 20 anni sui tempi - dice il disegnatore satirico Chris Riddell -. Si dovrebbe cambiare l'approccio

Il fiato è soprattutto sul collo del premier David Cameron, che in vista del voto di maggio aveva promesso una consultazione entro il 2017. Prima di quella data, intende però rinegoziare i rapporti con l’Unione Europea. Una mossa con cui prova ora a limitare il prezzo della strategia adottata, per evitare che una “bomba politica” esplodesse proprio tra i banchi dei conservatori.

“L’Europa è un tema che divide la destra dei Tories da una generazione – spiega il disegnatore satirico Chris Riddell -. Da questo punto di vista Cameron e il suo staff sono stati molto bravi nel gestire la destra del partito e credo che la coalizione degli ultimi cinque anni, in questo li abbia aiutati. Avendo in Nick Clegg un alleato europeista, lo ha utilizzato come una sorta di scudo umano. Gli ha permesso di promettere alla destra conservatrice che avrebbe ottenuto un referendum, se fosse stata al gioco e non avesse scoperchiato il vaso di Pandora del rapporto con l’Europa: ‘Non parliamone e più tardi avrete il referendum’ è insomma stato il patto. Ora però le elezioni sono passate e il vaso di Pandora è lì”.

Per disinnescare la bomba a orologeria del referendum – di cui si è servito per domare la destra conservatrice – Cameron gioca ora la carta delle trattative con Bruxelles: rinegoziare i rapporti con l’Unione permetterebbe insomma di non abbandonare l’Europa e, allo stesso tempo, di andare incontro ad alcune rivendicazioni dei Tories più recalcitranti.

“Interventi che pongano un freno alle migrazioni dagli altri paesi dell’Unione Europea saranno un cardine dei negoziati – ha promesso di recente il premier britannico Cameron -. Entro la fine del 2017 la parola passerà poi ai cittadini britannici, che decideranno con un referendum se restare o meno nell’Unione Europea”.

Polacco di nascita, Andrzej Rygielski è uno dei migranti europei di cui parla Cameron. Dal 2005 vive e lavora nel Regno Unito e al premier rimprovera di aver strumentalizzato casi come il suo. Nel negozio che gestisce sull’isola di Sheppey ci mostra la prima pagina di un quotidiano. “Il numero dei migranti è fuori controllo”, recita. “E questa è la notizia di oggi”, commenta Andrzej.

A farlo indignare è soprattutto la volontà di Cameron di ridurre i sussidi per le famiglie dei migranti europei. Lui è cittadino britannico, ma una lettera l’ha di recente informato che se la figlia abbandonasse il territorio britannico dovrà subito notificarlo alle autorità. Il suo rimprovero al governo è di aver cambiato le regole, in barba alla disciplina europea.

“Questi cambiamenti sono stati apportati lo scorso anno – ci dice, lettera alla mano -. Di fatto ci chiedono di far loro sapere dove si trovano i nostri figli. L’intento è quello di sospendere l’erogazione dei sussidi, qualora si trasferiscano all’estero. Il regolamento europeo 883 del 2004 stabilisce però che tutti i cittadini abbiano diritto a questi aiuti, anche se i figli vivono all’estero”.

Ci spostiamo nella sede di Open Europe: il principale think tank che consiglia il governo sulle riforme da mettere sul piatto dei negoziati con Bruxelles. Stephen Booth, co-direttore che ha curato quelle su migrazioni e libero movimento dei cittadini, sostiene che Cameron non infranga alcun dettame europeo.

“Non si propone di restringere il libero movimento, ma di limitare i diritti di chi si è già stabilito in un altro paese membro – ci dice -. Il pilastro di queste riforme consiste nel limitare l’accesso dei migranti europei a una serie di aiuti. Regole che Cameron vuole applicare nei primi quattro anni di presenza nel Regno Unito, in modo da escludere dai sostegni i nuovi arrivati”.

Alla luce delle riforme in cantiere, precondizione di qualsiasi sussudio sarebbe il fatto di avere un’occupazione. Qualora il migrante europeo perdesse il posto, avrebbe tre mesi di tempo per dimostrare l’esistenza di un’offerta di lavoro “imminente”. In caso contrario a decadere sarebbero il diritto ai sussidi e quello a risiedere nel Regno Unito per cercare un impiego.

Barbara Drozdowicz dirige lo East European Advice Centre, organismo che dal 1984 opera a sostegno dei migranti in provenienza dall’Europa orientale e centrale.

“Per i migranti europei, il sistema si sta sempre più incentrando sul contributo che forniscono alla società – ci dice -. I cittadini britannici si trovano invece a poter avanzare delle rivendicazioni, senza dover mai dimostrare di aver fatto la loro parte. Il risultato è una sorta di discriminazione che è difficile da scardinare. Se il vero obiettivo è ridurre il numero dei migranti europei, temo che queste riforme non funzioneranno, perché si basano sul presupposto che chi viene nel Regno Unito lo fa per i sussidi. Ma non è così”.

La stretta sui sussidi non è però l’unica delle riforme auspicate da Cameron. Con Bruxelles, intende negoziare anche una serie di tutele per i paesi che non appartengono all’eurozona e introdurre un meccanismo che permetta di associarsi in “cartelli”, per bloccare nuovi interventi legislativi. Nel mirino del premier britannico, c‘è poi anche una revisione del principio secondo cui si debba “favorire un’unione sempre più stretta” fra i popoli europei.

“E’ importante stabilire che l’Unione Europea non si riassume in un cammino uniforme, sempre più incentrato sull’integrazione fra i paesi dell’area Euro – ci dice ancora Stephen Booth di Open Europe -. E’ cruciale che il Regno Unito faccia passare questa idea ai più alti livelli, così come lo è il riconoscimento che all’interno di un’Unione Europea principalmente basata sul mercato unico, sussistano realtà fra loro diverse: stati membri con visioni differenti sulla moneta unica, sulla difesa o sulla politica estera. Peraltro, differenze esistono già tra chi appartiene o meno all’area Schengen. Credo quindi si tratti solo di riconoscere sulla carta realtà politiche già esistenti”.

Se la teoria della “formalizzazione del dato di fatto” può apparire di difficile realizzazione, Cameron potrebbe tuttavia trovare un insospettabile alleato in alcuni partner europei. Pochi sono infatti i paesi pronti ad accettare un’uscita di Londra dall’Unione Europea. Più numerosi, paradossalmente, i conservatori dissidenti che potrebbero invece fargli uno sgambetto.

“Sono incredibilmente numerose le riforme di cui abbiamo bisogno in Europa – ci dice ancora il disegnatore satirico Chris Riddell -. Essere europeisti non significa necessariamente approvare lo statu quo a Bruxelles. Si tratta però di un dibattito che non si può neanche avviare finché non si comincia ad abbracciare l’idea di qualcosa che si avvicini a un’Europa Federale: un modo di pensare che qui nel Regno Unito è però estraneo a certe generazioni. Il grande problema di Cameron è purtroppo che si trova a trattare con una destra conservatrice che è rimasta vent’anni indietro. Il ritardo è considerevole e spero che riuscirà a recuperarlo, perché abbiamo bisogno di restare in Europa. Se sbagliasse i suoi calcoli e le sue mosse, il rischio di uscirne diventerebbe concreto. E sarebbe una follia”.

Vinto il consenso della destra euroscettica alle recenti elezioni, Cameron si trova ora a pagare il prezzo della sua scommessa: un equilibrismo ancora più delicato fra un sostegno politico imprescindibile e la prospettiva di un addio all’Europa, che mette forse paura anche a lui.