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Didier Reynders e l'Europa: "Se qualcuno medita l'uscita va rispettato"

Il Ministro degli esteri belga fa il punto sull'Unione dei traguardi raggiunti e quella dei sogni infranti: "Rinegoziare i rapporti con Bruxelles sì, ma tutti insieme"

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Didier Reynders e l'Europa: "Se qualcuno medita l'uscita va rispettato"

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“Il caso di Grecia e Regno Unito ci faccia riflettere: l’Europa è meglio con loro, ma se Londra vuole andarsene e Atene rischia di farlo, c‘è un perché”. A oltre 15 anni dall’adozione della moneta unica, il Ministro degli esteri belga Didier Reynders fa il punto sull’Europa dei traguardi raggiunti e quella dei sogni infranti. “Nella lotta al terrorismo siamo ipocriti – ci dice -. E in quella alle tragedie del mare, incapaci di una solidarietà che sarebbe nei nostri stessi interessi”.

Point of view

L'addio alla UE? Perché no. Basta che a decidere siano i cittadini

Sophie Desjardin, euronews “Didier Reynders, lei è un politico belga di lungo corso: Ministro delle Finanze nel 1999, ha tra l’altro guidato la transizione all’Euro. 15 anni più tardi, qual è la sua opinione sulla moneta unica? Ne è valsa davvero la pena?”. Didier Reynders, Ministro degli esteri belga “Sì, credo che abbia davvero consolidato la posizione dell’Europa sulla scena internazionale. Ha permesso di negoziare i contratti in euro, si di esportare su larga scala in euro. Tutto ciò ha ovviamente semplificato la vita anche di un gran numero di imprese presenti sul territorio europeo. E poi, per le nuove generazioni, è diventata semplicemente “la” valuta. Si tratta probabilmente di uno degli ultimi sogni europei che sono diventati realtà. Ora si dovrebbero peraltro trovare altri sogni da regalare ai cittadini europei”. euronews “Tra chi non ha però mai voluto adottare l’euro e chi minaccia di abbandonarlo, quello che era il sogno delle origini riesce a suo avviso a resistere?”. Didier Reynders “Se l’euro resiste è perché abbiamo potenziato i nostri strumenti. La BCE esercita ora un vero controllo sulle banche. Siamo dovuti passare per la crisi bancaria, ma siamo ora in una nuova fase. Nel novantanove eravamo in 15 nell’Unione Europea. Sono rimasto alle Finanze per una decina d’anni e oggi siamo 19 solo nella zona euro. Quindici anni fa nessuno ci avrebbe creduto. Soprattutto in tempi così rapidi. E di certo non si fermerà qui”. euronews “L’uscita della Grecia dalla zona euro è ipotizzabile, a suo avviso?”. Didier Reynders “E’ ipotizzabile, se sono i greci a desiderarlo. Perché no. L’Europa può anche scegliere. Purché a farlo siano i cittadini”. euronews “Non molto tempo fa, a questo proposito lei diceva che sarebbe comunque un peccato…”. Didier Reynders “Non dico che sarebbe facile assistere a un’uscita della Grecia. Mi auguro che resti nell’Unione e nella zona euro, come spero che il Regno Unito resti nell’Unione Europea. Se sono chiare e definitive, le scelte delle popolazioni non possono essere ignorate. Oggi disponiamo comunque degli strumenti per gestire un simile scenario. Qualche anno fa temevamo invece che avrebbe investito a catena anche Spagna, Portogallo e magari altri paesi”. Didier Reynders “E’ questa la grande paura. Ci siamo dotati di strumenti molto più efficaci ma spero che con la Grecia si trovi un accordo, che in fondo potrebbe anche essere abbastanza semplice. Possiamo concederle più tempo per rimborsare il suo debito. E possiamo tagliare drasticamente i tassi d’interesse, perché sui prestiti finiamo comunque per guadagnarci. La Grecia deve però impegnarsi ad adottare una condotta virtuosa”. euronews “Movimenti che come Syriza in Grecia e Podemos in Spagna hanno stravolto il panorama politico tradiscono il rigetto di certe politiche europee. Lei li prende sul serio?”. Didier Reynders “Sì, certo, perché è un’evoluzione in corso in diversi paesi, soprattutto quelli del Sud Europa, che hanno sofferto di più. Comprendo quindi la ricerca di alternative. Non è necessariamente un rigetto dell’Europa”. euronews “In effetti dicono di volere un’Europa più sociale, diversa”. Didier Reynders “Quello su un’Europa diversa è un dibattito che si può aprire. Non condivido necessariamente le tesi di queste formazioni, ma posso comprendere il dibattito sugli orientamenti politici. Mi piacerebbe però che in Grecia, e non solo, si comprendesse che il cambio delle politiche nazionali spetta anzitutto ai loro governi. Da Atene, oggi mi aspetto per esempio che ci dica: ‘Ecco le misure che adotteremo’. Se un partito dice che bisogna tassare i ricchi, che lo facciano, allora. Sta ai greci scegliere. Non dico di condividere il programma del partito ora al governo, ma se ha delle idee, che le metta in pratica”. euronews “Nel Regno Unito Cameron – che è da poco stato rieletto – ha promesso un referendum su una possibile uscita dall’Unione Europea. E’ un bluff?”. Didier Reynders “E’ sempre rischioso, perché in caso di consultazioni popolari o di referendum, non si sa mai come si pronunceranno gli elettori. Detto questo, in ballo c‘è un quesito legittimo che il resto d’Europa deve accettare e porsi a sua volta. Come devono cioè essere distribuite le competenze in Europa? Quali materie devono essere gestite a livello locale, regionale o europeo. Si deve accettare che alcune siano di competenza sempre più europea, come la difesa, la sicurezza. Sono però del tutto d’accordo con il fatto che alcuni ambiti dovrebbero tornare di competenza nazionale, regionale o locale”. euronews “Quali sono allora le concessioni che si possono fare a Cameron? Qual è il limite?”. Didier Reynders “Il limite è quello di non lasciare che ogni paese faccia di testa sua. Si deve decidere a livello europeo, con un metodo comunitario”. euronews “Dagli attentati contro Charlie Hebdo in Francia, l’Europa vive sotto la minaccia del terrorismo. Lei è in prima linea nel dibattito sulla cooperazione contro il terrorismo. Qualche progresso?”. Didier Reynders “Alcune misure urgenti sono già state adottate, soprattutto sul piano della protezione e dello scambio delle informazioni, che ci permettono di seguire meglio gli spostamenti dei combattenti stranieri”. euronews “Ma l’intelligence non rientra nelle competenze chiave dell’Unione Europea”. Didier Reynders “No, è il Belgio che coordina la lotta al terrorismo, e Gilles de Kerkove se ne lamenta spesso. Manca una vera sinergia fra le intelligence”. euronews “Si può essere davvero efficaci, allora?”. Didier Reynders “Le cose vanno meglio. A Lione andrò proprio all’Interpol, che gestisce lo scambio delle informazioni. E funziona. Ovunque al mondo la priorità è intensificare questa cooperazione, non smetto di ripeterlo. In merito ai dati relativi ai passeggeri degli aerei, ci viene opposto come argomento che si tratta di tutela della privacy. Ma in ballo ci sono delle vite umane! Eppure chiediamo solo generalità, nazionalità, destinazione. Poi si verificano drammi come quelli del volo Germanwings Barcellona-Düsseldorf e da ministro, vengo subito contattato per sapere se c’erano belgi a bordo. Come volete che lo sappia se una banca dati non esiste? In caso di incidente, tutti si dicono d’accordo sulla sua necessità. Per lottare contro il terrorismo invece no. Lo trovo insensato”. euronews “Parliamo ora d’immigrazione. Il dramma dei clandestini colpisce sempre più l’opinione pubblica. Questa idea delle quote per i richiedenti asilo è una bella idea, ma non solo…”. Didier Reynders “Dobbiamo manifestare una maggiore solidarietà su scala europea, e soprattutto riguardo all’asilo. E’ un diritto da rispettare: dobbiamo accogliere chi è perseguitato nel suo paese. Rispetto poi a chi è in fuga dalla miseria, bisogna intervenire anzitutto nei paesi d’origine con gli aiuti allo sviluppo”. euronews “E’ da anni che lo diciamo”. Didier Reynders “Lo diciamo da anni, ma non lo facciamo abbastanza. Ai cittadini europei dobbiamo far comprendere che in tempi di crisi è anche nel nostro interesse che questa gente non sia spinta dalla miseria a lasciare il proprio paese. Dobbiamo poi batterci contro i trafficanti, quella in atto nel Mediterraneo è una vera tratta degli esseri umani. Bisogna intervenire su tutto il processo ed essere un po’ più aperti. Più che di ‘quote’, parlerei di ‘sforzo condiviso’. L’accoglienza avvenga insomma in diversi paesi, e se non è possibile, che si contribuisca in altra maniera. Allo sforzo economico dell’accoglienza, per esempio”.