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Che cosa nascondono le violenze di Kumanovo?

La Nato si allarma, l’Unione Europea esprime viva inquietudine e il mondo si chiede cosa stia davvero accadendo. La fiammata di violenze scoppiate

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Che cosa nascondono le violenze di Kumanovo?

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La Nato si allarma, l’Unione Europea esprime viva inquietudine e il mondo si chiede cosa stia davvero accadendo. La fiammata di violenze scoppiate negli scorsi giorni a Kumanovo riaccende i riflettori sui delicati equilibri della “Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia”: paese da 22 anni ostaggio di una “denominazione provvisoria” che da sola parla di ostacoli e contraddizioni che imprigionano questo piccolo stato, nato dalla disgregazione della Jugoslavia.

Un nome, un programma

Biglietto da visita della tormentata storia di questo paese è già la denominazione internazionale a cui la inchioda la contesa con Atene: “Ex Repubblica Jugoslava di Macedonia” e non semplicemente “Macedonia”, perché la Grecia rivendica quest’ultimo come nome di una sua provincia. Tutt’altro che formale, la disputa sul nome porta tra i suoi più pesanti strascichi il veto a più riprese utilizzato da Atene per impedire l’adesione di Skopje alla Nato e all’Unione Europea.

Nuove violenze, vecchi problemi

Riportate alla ribalta dalle violenze di questi giorni, la città e la provincia di Kumanovo
avevano guadagnato una prima (e triste) notorietà nel 2001. Un gruppo armato di nazionalisti albanesi aveva allora preso le armi, dando vita a feroci scontri che in sei mesi fecero centinaia di morti e richiesero l’intervento della Nato. La firma del Trattato di Ocrida, che nell’agosto dello stesso anno riconobbe maggiori decentralizzazione istituzionale e integrazione delle minoranze etniche nella pubblica amministrazione, lasciò però in parte inevase le rivendicazioni della minoranza albanese di una maggiore partecipazione alla vita pubblica.

Convivenze difficili

Al governo dal 2006, il primo ministro Nikola Gruevski ha da allora faticato a stabilizzare le relazioni fra maggioranza macedone e minoranza albanese. Riesplosa dieci anni dopo la pacifica separazione dalla Jugoslavia del 1991, la questione dei complessi equilibri etnici ha inoltre contribuito a frenare il processo di integrazione europea. In anticipo sui vicini balcanici, Skopje aveva infatti nel 2001 già siglato un Accordo di stabilizzazione e associazione con Bruxelles. Corruzione endemica, radicamento del crimine organizzato e ombre sull’indipendenza del sistema giudiziario hanno poi ulteriormente rallentato il processo, trovando terreno fertile in un contesto di tensioni etniche mai del tutto risolte.

Crisi politica e attenzione pubblica

Dopo le violenze degli scorsi giorni, la polizia macedone sostiene di aver ripreso il controllo di Kumanovo. La questione di un intervento esterno, legato a rivendicazioni etniche, viene accreditata dalle autorità che imputano l’accaduto a un gruppo di etnia albanese in provenienza dal Kosovo.

La versione ufficiale è però contestata da opposizione e avversari del premier
Nikola Gruevski, che lo accusano di voler distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica. Appena pochi giorni fa, circa 2.000 persone erano scese in piazza a Skopje, in seguito a una serie di intercettazioni rese note dal leader dell’opposizione Zoran Zaev, e che avrebbero come protagonista proprio Gruevski. In una di queste, il Primo ministro avrebbe caldeggiato con altri membri dell’esecutivo l’assunzione di alcuni membri del suo partito. In un’altra si sarebbe accordato con il Ministro dell’Interno per coprire l’uccisione di un giovane manifestante ad opera della polizia, avvenuta nel 2011.