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I bambini di Chernobyl trent'anni dopo. La storia di Olga, fotografa

Olga Zakrevska è una fotografa e ha il suo studio nel centro di Kyev. Olga è nata l’11 aprile 1986 a Prypiat, una località vicino Chernobyl dove

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I bambini di Chernobyl trent'anni dopo. La storia di Olga, fotografa

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Olga Zakrevska è una fotografa e ha il suo studio nel centro di Kyev. Olga è nata l’11 aprile 1986 a Prypiat, una località vicino Chernobyl dove abitavano molti impiegati con le loro famiglie. Suo padre è stato un esperto in materia nucleare.

“Ho vissuto a Prypiat i primi quindici anni della mia vita. Siamo partiti il 26 aprile del 1986 e abbiamo trascorso quasi un anno ospiti di familiari e amici a Kyev. A quei tempi ero molto magra, così da far pensare che avevo assorbito tutte le ansie di mia madre e le sue preoccupazioni per il futuro. Dopo un anno ci hanno assegnato un appartamento, e ne siamo stati contenti. Mio padre ha continuato ad andare lavorare a Chernobyl.

“Chernobyl è stata una cosa di famiglia, un pezzo della nostra storia, per quello che posso ricordare. Anche i nostri vicini lavoravano alla centrale. Era parte del nostro quotidiano. E Chernobyl torna a ogni controllo medico a cui dobbiamo sottoporci, a ogni documento che dobbiamo spedire per chiedere assistenza e aiuto.

“Ora come ora sto cercando di elaborare cosa abbia significato Chernobyl per me. Quando ho compiuto 25 anni sono rimasta impressionata dal fatto di essere cresciuta all’ombra di questo evento. Per questo sono sempre alla ricerca di altre famiglie di Chernobyl, che invito a venire al mio studio per fotografarle, ma anche per parlarci. Molte di queste persone hanno figli a loro volta, e tutti si preoccupano per la salute. Quando ero piccola i medici dicevano: “Non abbiamo idea di quali effetti producano radiazioni di queste caratteristiche.

“Sento che la gente, specialmente quelli nati a Prypiat non sono ancora pronti a chiedersi cosa Chernobyl abbia rappresentato per tutti noi. Alcuni preferiscono dimenticare, relegare i ricordi nei recessi della mente. Personalmente credo che sia meglio sforzarsi di capire cosa sia accaduto. L’incindente ci ha traumatizzati, e io credo che facendoci i conti potremmo costruire un futuro migliore.

“Il tempo abbassa il dolore, ma non cura. A parte il fatto che sono convinta che il dolore a volte rende più forti. Credo che tutti noi siamo persone forti, forse più di quanto non siano altri, nell’affrontare le difficoltà della vita. Un giorno i nostri genitori sono partiti, sapendo che non sarebbero tornati indietro.

“Infine abbiamo dovuto batterci contro il pregiudizio: quando ci siamo trasferiti alcuni genitori avvisavano i loro figli di non giocare con noi, con mio fratello e con me, perché secondo loro eravamo radioattivi e contagiosi.

“Sono tornata a Chernoby per fotografare molte famiglie del posto, ho in mente di costruire un vero progetto fotografico. Per me però è più importante trovare amici e colleghi dei miei genitori, qualcuno che fosse al lavoro nel 1986, e mi aiuti oggi a riannodare questi fili”.