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Pirelli, entra ChemChina. "Blindata" la nuova governance

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Pirelli, entra ChemChina. "Blindata" la nuova governance

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Secondo le ricostruzioni di stampa, ChemChina corteggiava Pirelli da almeno tre anni. Visti gli ultimi, travagliati anni del gruppo della Bicocca (l’entratea e poi l’uscita dei Malacalza, l’arrivo delle banche e di Rosneft) non sorprende che il matrimonio abbia richiesto così tanto tempo per concretizzarsi.

Il colosso cinese guidato da Ren Jianxin piace perché non è un concorrente diretto e perché dovrebbe aprire a Pirelli i mercati asiatici. L’intricata manovra di riassetto che partirà a breve dovrebbe però permettere ai soci italiani di mantenere un ruolo preminente all’interno dell’azienda.

“Per me è un fallimento. Un fallimento a livello industriale, dell’industria italiana”, commenta un operaio. “La speranza è che, comunque, Pirelli rimanga in Italia almeno come sede centrale, ricerca e sviluppo”, aggiunge un altro.

Su quest’ultimo punto non si prevedono sorprese: con la nuova governance serviranno infatti il 90% dei voti per cambiare gli statuti. Motivo per cui, almeno per il momento, anche la squadra dirigente guidata da Marco Tronchetti Provera dovrebbe restare al suo posto.

“L’Italia, probabilmente, non è in condizione di potersi opporre a questo tipo di manovre nel momento in cui investimenti esteri danno la possibilità a compagnie come Pirelli di vendere i propri prodotti in Cina”, sostiene Jane Foley di Rabobank.

Stando alle indiscrezioni il premier Matteo Renzi sarebbe stato stato informato dell’accordo con il colosso statale cinese un paio di giorni fa. Ma, evidentemente, le garanzie fornite sui posti di lavoro nel Belpaese hanno evitato la solita, nostrana polemica sull’“italianità” dell’azienda.