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Ucraina, al riparo dalle bombe

Il monastero rupestre di Svyatohirsk si trova su un dirupo del fiume Donets. L’atmosfera sembra tranquilla, anche se la guerra è a soli 50 chilometri

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Ucraina, al riparo dalle bombe

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Il monastero rupestre di Svyatohirsk si trova su un dirupo del fiume Donets. L’atmosfera sembra tranquilla, anche se la guerra è a soli 50 chilometri da qui. I dormitori dell’antico insediamento religioso oggi ospitano decine di sfollati in fuga dalla guerra.

Altri hanno trovato rifugio nella vicina colonia estiva per bambini, appena oltre il fiume. Molti hanno perso tutto sotto i bombardamenti; altri stanno semplicemente scappando dalla battaglia ancora in corso, nonostante il cessate il fuoco. La maggior parte è di Debaltseve.

Euronews ha incontrato una famiglia che si è rifugiata nella colonia estiva e che non conosce la propria sorte.

Olena: “Stiamo cercando di capire cosa succederà a Debaltseve. Per il momento questa forza “DNR” (Patriotic Forces of Donbass) presiede la zona. Nessuno sa quello che sta per succedere. Siamo tutti in attesa. Ognuno di noi ha qualche parente là. Naturalmente, ci piacerebbe tornare a casa, vedere cosa c‘è… capire meglio… cosa sta succedendo. Oh, ecco che è arrivato papà”.

Maxim: “Sono capo squadra dei vigili del fuoco della stazione ferroviaria di Debaltseve. Noi pompieri vorremo tutti tornare al lavoro. Ci avevano promesso uno stipendio, ma naturalmente non sarà cosí e ce ne andremo. Vorremmo dare al nostro bambino un’educazione internazionale. Una bomba ha colpito in pieno la nostra casa; balcone e finestre sono stati spazzati via. La struttura della casa è ancora buona e pensiamo di rientrarci presto”.

Maryna: “Siamo di Horlivka. Quando siamo arrivati qui non c’erano rumori, ma comunque avevamo costantemente paura dei bombardamenti. Ce li aspettavamo ogni giorno. e ascoltavamo molto attentamente. Eravamo davvero spaventati. Quando tutto sarà finito speriamo di poter ritornare, rientrare nelle nostre case. Non so. Ci hanno promesso un cessate il fuoco, una fine del conflitto, ma i nostri parenti di Horlivka, Debaltseve e Dzerzhynsk dicono che sta succedendo l’inverso, che è sempre peggio!”.

Secondo l’UNHCR, a marzo, in Ucraina si sono registrati oltre 1,1 milioni di profughi. La maggior parte di loro fugge dalla regione di Donbass, mentre altre 20mila persone dalla Crimea. Ma nonostante tutto, tantissima gente continua a vivere nella zona del conflitto. Le ONG finanziate da ECHO, la Direzione generale per gli Aiuti umanitari e la protezione civile dell’Unione europea, forniscono primo soccorso sul campo.

Daniel J. Gerstle della ONG “People in Need”:
“Il nostro staff ha portato qui alcuni tendoni e pannelli di legno, perchè la maggior parte delle case è stata danneggiata dai razzi e dal fuoco dei mortai… Nel caso in cui dovessimo riparare i danni, per esempio, diamo priorità alle famiglie con disabili, alle persone disabili che vivono da sole, agli anziani e alle madri con bambini.”

Alcune persone vivono sotto gli stabili dove abitavano prima che i bombardamenti distruggessero la loro casa, come quest’uomo:
“Perché non andare via? Perchè qui c‘è tutta la mia vita, a Popasna. Lavoravo alla stazione ferroviaria e l’estate scorsa sono andato in pensione. Ormai è quasi un anno per me, da pensionato. Non ho mai pensato di andare da qualche parte, pensavo di vivere qui per sempre. Ma anche se considerassi la possibilità di partire, non saprei dove andare. Non ho parenti e non ho voglia di partire. Chi mi vorrebbe altrove?”.

Incontriamo altre persone. Ci raccontano che prima l’acqua era gratuita e che da qualche giorno invece devono pagarla: per un litro di acqua bisogna sborsare due centesimi di euro.

Per loro sarebbe stato meglio essere riconoscenti e dire un grazie in piú, invece che pagare in Copechi, moneta ormai senza alcun valore, dice una donna.

A Popasna, lungo la linea del fronte, seguiamo l’attività di supporto alla popolazione locale effettuata da un’ONG cecena “People in Need”. La gente qui ha bisogno di tutto, cibo, acqua, cure mediche o semplicemente solo di qualche soldo, perché molti di loro non hanno ancora ricevuto il sostegno come sfollati.

Da Popasna ci trasferiamo a Soledar.
Qui i profughi vivono in ospedale.

Daniel J. Gerstle della ONG “People in Need”:
“Quando le persone vengono fatte evacuare dalle loro case a causa dei combattimenti e costrette a fuggire all’interno del loro paese, sono considerate sfollate: devono essere registrate al servizio sociale del governo per riceverne assistenza e essere considerati profughi all’interno del loro paese. Possono chiedere assistenza sociale anche se rimangono a casa loro, sebbene sia stata distrutta, o se vengono ricoverati presso i centri collettivi”.

Inna, direttrice dell’ospedale: “Vivono esclusiavemnte grazie al nostro supporto, qui in ospedale. Non ci sono esenzioni o riduzioni delle bollette, paghiamo tutto: enormi quantità di denaro per usare energia elettrica e acqua. Per i farmaci, non riceviamo nulla. Anche tutte quelle persone non ricevono nulla e noi siamo l’ospedale. È molto difficile. Ogni tanto i volontari ci danno qualcosa, ma è davvero molto poco”.

Una donna racconta: “Viviamo qui, ma non abbiamo il sussidio statale, perchè non siamo considerati profughi nel nostro paese, visto che ancora sventola una bandiera ucraina sopra Popasna. I bombardamenti e i combattimenti accadano regolarmente. L’ultima volta mio figlio ha pianto per 4 ore dallo spavento perché la bomba ha colpito la casa vicina, proprio accanto alla nostra”.

Altre persone ci raccontano che non hanno piú una casa in cui tornare e che non vogliono tornare perchè tutto è andato distrutto.

Ognuno ha una propria storia di disagio economico e sociale. Anche guadagni e posizioni sono andati perduti.

Daniel J. Gerstle, ONG “People in Need”:
“Il sussidio è variabile, dipende dalle specifiche esigenze, può variare dai 50 ai 300 euro per famiglia, a seconda delle necessità. Se c‘è bisogno di un intervento chirurgico, ad esempio per un bambino, se c‘è un’emergenza specifica come coperte e abbigliamento invernale perché la loro casa è andata distrutta e tutto questo genere di cose.”

Pesky è uno dei posti di maggior contatto tra le forze d’opposizione, si trova non lontano dall’aeroporto di Donetsk e qui si assiste ancora a scontri a fuoco.

Il villaggio di Pervomaysk è a soli 200 metri. Quasi tutti gli abitanti sono fuggiti, ma ci sono ancora un paio di famiglie che vivono qui, come quella di Katya:

“Gli ucraini ci stanno aiutando, laggiú. Ci hanno portato tutto: lo stufato, i cereali, tutto. Un bombardamento di recente ha colpito il nostro giardino: pensavamo di morire, di non sopravvivere. E ‘ stato spaventoso. Non ho paura per me stessa, ma per mia figlia. Vorrei cosí tanto che il mio piccolo miracolo potesse vivere. Sì, noi stiamo qui. Sono rimaste solo persone anziane: nonni e nonne. Ci sono anche alcuni giovani, ma la maggior parte è partita, ovviamente verso Selidovo, Donetsk, Kherson e la Russia.”

Sergey: “Sì, questa è la nostra terra. Aiutiamo alcune persone nella ricostruzione o qualcosa di simile. Ci aiutiamo a vicenda. Anche se non c‘è gas, se l’acqua arriva a fasi alterne. A volte c‘è e a volte non c‘è. Come l’elettricità: un giorno c‘è e due giorni no. Si interrompe sempre. Non possiamo andarcene perché questa è la nostra terra. Perchè dovremmo lasciarla? Perchè lasciarla a chi la vorrebbe avere?”.

Molte persone stanno ancora aspettando di ricevere gli aiuti dello stato. Una piccola sovvenzione come profughi del proprio paese.
E anche se la prospettiva di un cessate il fuoco è ancora lontana, la popolazione preferisce aspettare stando nella propria città e rischiare invece di registarsi come sfollata.