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Un anno fa scompariva il Boeing MH370 della Malaysia. Il mistero continua

Un anno dopo, è come quell’aereo fosse stato inghiottito dal vuoto. Sulla sua scomparsa solo ipotesi. Del Boeing 777 della compagnia Malaysia

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Un anno fa scompariva il Boeing MH370 della Malaysia. Il mistero continua

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Un anno dopo, è come quell’aereo fosse stato inghiottito dal vuoto. Sulla sua scomparsa solo ipotesi. Del Boeing 777 della compagnia Malaysia Airlines partito l’8 marzo 2014 da Kuala Lumpur con 239 persone a bordo e probabilmente inabissatosi nell’Oceano Indiano, non si è ritrovato nessun detrito.

Diretto a Pechino col codice MH370, l’aereo decolla poco dopo la mezzanotte dall’aeroporto della capitale della Malaysia. Secondo la ricostruzione resa possibile dai segnali satellitari, il velivolo avrebbe compiuto una virata improvvisa verso sud-ovest, entrando nello spazio aereo vietnamita, procedendo in seguito a zig-zag.

Nell’immediatezza della scomparsa, l’ipotesi prevalente è quella di un incidente con conseguente inabissamento. Ma per giorni e giorni le ricerche, estese su un’area di 65.000 chilometri quadrati, tra la Cina e l’Australia, non danno alcun esito.

Solo il 24 marzo 2014, dopo 16 giorni dalla scomparsa, il primo ministro malese Mohd Najib Tun Razak rivela i risultati a cui si delle analisi dei dati forniti dalle britanniche Inmarsat e Air Accidents Investigation Branch. “Si deve concludere che l’aereo sia precipitato inabissandosi nell’Oceano Indiano meridionale”, afferma il capo del governo in una conferenza stampa.

Da allora, nonostante la rincorsa di falsi scoop e smentite, le ricerche continuano. L’area di “massima priorità”, dove si calcola sia caduto il Boeing 777 200, è grande come un quinto dell’Italia e finora le squadre di ricerca ne hanno completato solo il 40 per cento. http://it.euronews.com/2014/06/26/volo-mh370-la-zona-di-ricerca-a-largo-dell-australia-cambia-di-nuovo/

Si punta a completare le ricerche in quell’area entro fine maggio, prima che inizi l’inverno dell’emisfero australe. Ma tutto va avanti a rilento: quattro navi con oltre 30 persone a bordo ciascuna operano a oltre 2 mila chilometri dalla costa
australiana, con un sonar e un drone sottomarino che si muovono
alla velocità con cui un uomo cammina, perlustrando fondali
profondi in media 4 chilometri.

Malaysia e Australia hanno contribuito finora con 60 milioni di dollari a testa, e l’esborso totale per uno sforzo che ha coinvolto sei Paesi non è stato mai calcolato.

Che succederà se entro maggio non si sarà trovato niente? Gli australiani hanno proposto di allargare l’area di ricerca di venti volte, ma un piano ancora non c‘è. La settimana scorsa alcuni media hanno riportato l’ipotesi di un abbandono delle operazioni. E’ presto arrivata una smentita dalle autorità, forse anche per rispettare il dolore dei familiari. In particolare quelli cinesi (lo erano due terzi dei passeggeri) hanno criticato aspramente la Malaysia per la gestione dell’emergenza, e il caso ha freddato i rapporti tra le due capitali.

La scomparsa del Boeing della Malaysia ha anche dato vita a una serie di teorie più o meno assurde, dalla ritorsione russa verso le sanzioni occidentali a un rapimento alieno: l’ultima, formulata pochi giorni fa da un pilota britannico, vede nella brusca virata sopra l’isola malese di Penang (città natale del comandante) una sorta di “omaggio finale” prima di completare una missione suicida. Anche il magnate australiano Robert Murdoch non ha resistito dal dire la sua:

In anni in cui è possibile determinare la posizione di un telefonino o di un pacco in consegna, molti hanno fatto notare come l’industria aerea sia rimasta indietro. La misteriosa fine del volo MH370 ha avviato un ripensamento in tal senso: un piano per introdurre entro il 2016 un sistema per captare i segnali di un aereo in volo ogni 15 minuti. Tecnologicamente sarebbe possibile farlo anche più spesso ma pesano le considerazioni sui costi e a chi li dovrebbe sostenere, considerando che ogni giorno nel mondo prendono il volo 90 mila jet.