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Le donne della Jihad

In Occidente, grazie alla rete, alle ragazze viene promessa una vita migliore. Queste giovani spesso non hanno idea del ruolo che giocheranno una volta arrivate in Siria o in Iraq

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Le donne della Jihad

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La Jihad delle donne. Da quello di Hayat Boumedienne, la compagna di Amedy Coulibaly, l’autore dell’attacco al supermercato kosher a Parigi, stanno diventando sempre più numerosi i casi di donne, spesso molto giovani, che vengono reclutate per raggiungere l’Iraq e la Siria. I metodi di ingaggio variano, ma è stata principalmenete la rete a dare vita a questo fenomeno.

Point of view

La 'marea rosa', secondo molte statistiche, sarebbe pari al 10% del totale delle reclute straniere

Gli islamisti radicali del sedicente Stato islamico sono noti per la loro avversione a vedere le donne prendere le armi. E nonostante la propaganda, che parla di donne in casa, dove accudiscono i figli, alcune ragazze sono destinate al ruolo di combattenti.

In Occidente, grazie alla rete, alle ragazze viene promessa una vita migliore. Queste giovani spesso non hanno idea del ruolo che giocheranno una volta lì. Viene descritto loro un vero e proprio “paradiso”, stando al manuale diffuso da alcune jihadiste. La sorella di Johnathan, minorenne, è partita per la Siria.

“Ha detto di non essere rimasta delusa, che si trova bene e che non vuole tornare. Apparentemente tutto è bello lì. Io non so che dire, non capisco”.

Difficile contrastare il fenomeno sui social network. La ‘marea rosa’, secondo molte statistiche, sarebbe pari al 10% del totale delle reclute straniere. Per loro, le donne rappresentano due grandi vantaggi:assicurano una successione generazionale e incoraggiano gli uomini ad arruolarsi.

Il fenomeno non è nuovo. La figura della donna kamikaze esiste da tempo. Gli attentati suicidi sono stati utilizzati in Medio Oriente fin dall’inizio degli anni ’80. Un fenomeno che ha influenzato anche le combattenti cecene, tra le protagoniste, nel 2002, dell’assedio al teatro Dubrovka di Mosca.

L’estremismo 2.0 non ha più confini: la rete smantellata in Spagna questa settimana ha permesso di scoprire un’organizzazione che arruolava miliziani e giovani donne.

La rete aveva ramificazioni in Belgio, Francia, Pakistan, Marocco, Arabia Saudita, Stati Uniti, Turchia e Tunisia.

Joanna Gill, euronews: “Per capire cosa spinge le donne occidentali a unirsi all’Isil in Iraq e in Siria è collegata con noi, Mia Bloom, professoressa di studi sulla Sicurezza dell’Università del Massachusetts e autrice di Bombshell: i mille volti delle terroriste. I profili che emergono descrivono giovani donne occidentali ben istruite. Quali fattori le spingono verso l’estremismo? Sono gli stessi che spingono gli uomini?”

Mia Bloom, scrittrice: “Le motivazioni delle donne che si uniscono alle organizzazioni terroristiche – studio questo fenomeno da 25 anni – tendono a non essere diverse da quelle degli uomini. Ma molto spesso si preferisce associare alle donne ragioni emotive o il desiderio di vendetta, mentre per gli uomini si insiste sui motivi ideologici, religiosi o politici. Quello che ho trovato studiando il percorso di vita di queste persone è che sia uomini che donne sono motivati ​​da tutte queste cose, ma forse in tempi diversi”.

euronews: “Le ragazze sono spesso reclutate online in Occidente. Lei ha paragonato il metodo a quello utilizzato dai predatori sessuali. In che senso?”

Mia Bloom: “Così come i bambini che vengono adescati dai pedofili, con la lenta e progressiva esposizione a contenuti sessuali e alla pornografia, vediamo che queste ragazzine vengono adescate con i video delle decapitazioni con dei fantocci, poi vengono loro mostrati quelli delle decapitazioni vere, fino a quando non sono lì, presenti, testimoni di quelle stesse decapitazioni. È un processo di desensibilizzazione che all’inizio punta a stabilire un rapporto di fiducia. Queste ragazze di 14, 15, 16 anni non sono contattate da un uomo di 30 anni, ma da giovani come loro, al massimo di 20 anni, con i quali possono relazionarsi e abbassare le loro difese. È una prassi molto comune dell’adescamento in rete”.

euronews: “L’isil punta molto sull’uso dei social media per il reclutamento. Come si differenzia dagli altri gruppi estremisti?”

Mia Bloom: “L’Isil ha usato e usa contenuti online e social media in maniera molto più massiccia rispetto ad Al Qaeda o anche rispetto le Tigri Tamil in Sri Lanka. Ma tutti questi gruppi hanno sempre dato grande attenzione ai media. La struttura attuale dei social media è molto più interattiva, c‘è molto più traffico, è molto più sofisticato, e, naturalmente, gran parte di questo è stato fatto in inglese, per rivolgersi ad un pubblico di lingua inglese, utilizzando strutture di riferimento per i giovani. Ma anche le piattaforme, Twitter, Ask.fm e Facebook. Sono strumenti relativamente nuovi rispetto ai social media utilizzati precedentemente da al Qaeda”.

euronews: “Abbiamo la traduzione di un documento che pretende di essere il Manifesto delle donne dell’Isil. Promette di elevare il ruolo delle donne nella loro società attraverso la loro capacità di partorire. Quanto questa nozione romantica della maternità riflette la realtà della vita sotto l’Isil?”

Mia Bloom: “Penso che la ragione per cui questo documento non sia stato destinato ad un pubblico di lingua inglese risieda nel fatto che contraddice la versione, definiamola alla Disney, che l’Isil ha elaborato per le donne nel Regno Unito, in Canada o in Australia, dicendo loro: ‘La vita è meravigliosa e se venite tutti si prenderanno cura di voi. Scoprirete l’entusiasmo nel donare il vostro contributo’. Il documento in arabo chiarisce che la donne devono sposarsi e che c‘è una buona possibilità che non usciranno mai di casa, ma che saranno comunque più libere nel califfato che nelle loro società di provenienza”.

euronews: “I Paesi occidentali come possono contrastare questo tipo di propaganda?”

Mia Bloom: “Per esempio, ho letto un tweet di un jihadista britannico che scrive: ‘Sono venuto qui per essere un eroe e un martire, e mi hanno messo a pulire i bagni’. È una delle cose che dobbiamo pensare quando ci preoccupiamo del ritorno in patria dei combattenti stranieri. Potremmo forse utilizzare queste persone per disilludere il pubblico, per parlare con i ragazzi pronti a partire e, almeno, piantare i semi del dubbio”.