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Il gelo con Obama, l'Iran e le elezioni israeliane: Netanyahu contro tutti

Obama gli volta le spalle, il Mossad lo smentisce sul pericolo della bomba atomica iraniana e gli israeliani potrebbero presto mandarlo a casa. Tutti

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Il gelo con Obama, l'Iran e le elezioni israeliane: Netanyahu contro tutti

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Obama gli volta le spalle, il Mossad lo smentisce sul pericolo della bomba atomica iraniana e gli israeliani potrebbero presto mandarlo a casa. Tutti contro Bibi.

Il primo ministro israeliano, Benyamin Netanyahu, si trova ad affrontare una delle fasi più delicate della sua carriera politica e il prossimo mese sarà decisivo per comprendere se l’ex soldato uscirà indenne dalla trincea diplomatico-elettorale.

Il discorso al Congresso Usa e il gelo con Obama

Netanyahu parlerà al Congresso contro l’accordo in discussione a Ginevra tra l’Iran e il cosiddetto gruppo dei 5+1 (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania). Un intervento che la Casa Bianca percepisce come un’intrusione in una delle priorità della politica internazionale del presidente Obama. Un gelo stigmatizzato con toni durissimi anche dalla Consigliere per la sicurezza nazionale e braccio destro del presidente Obama, Susan Rice: la decisione di Netanyahu di pronunciare un discorso al Congresso degli Stati Uniti – ha detto – è non solo una mossa “infelice”, ma è anche “distruttiva per il tessuto delle relazioni” tra Usa e Israele.

Secondo alcune indiscrezioni, nell’ultima tornata dei colloqui di Ginevra si è aperta un’ipotesi di accordo che prevede il congelamento per almeno dieci anni delle capacità iraniane di produrre materiale per realizzare la bomba atomica, per poi iniziare ad applicare progressivamente limiti meno stringenti all’arricchimento di uranio. Ed è questo che sembra preoccupare Netanyahu. “Hanno accettato il fatto che l’Iran svilupperà gradualmente nei prossimi anni le capacità per produrre materiale fissile per molte bombe nucleari. Forse loro possono vivere con questo, io non posso” ha detto ad una conferenza del suo partito, il Likud. Il premier israeliano sembra però avere un problema di comunicazione col presidente Usa. E dopo giorni di polemiche e di ‘botta e risposta’ politici tra Washington e Tel Aviv, le parole della Rice aggiungono benzina al fuoco. L’intervento del premier al Congresso, ha detto, “inserisce un elemento di parzialità” in un rapporto che “è sempre stato bipartisan. Dobbiamo mantenerlo cosi’”, perché “quando viene infiltrato dalle politiche diventa un problema”.

Sin dall’annuncio che Netanyahu parlerà al Congresso, appena due settimane prima delle elezioni in Israele, lo staff del presidente Usa ha mostrato la sua irritazione apertamente e in maniera crescente. In primo luogo perché il premier israeliano è stato invitato dallo speaker repubblicano della Camera John Boehner – e lui ha accettato – senza che la Casa Bianca ne fosse al corrente.

“Si tratta di uno strappo al protocollo”, ha detto il portavoce del presidente. Obama ha poi fatto sapere che quando Netanyahu sarà a Washington non lo riceverà, per evitare di interferire con le elezioni israeliane, ha spiegato il suo portavoce.

Ma non lo riceverà neanche il suo vice Joe Biden, che diserterà anche il suo discorso al Congresso: sarà all’estero, ha fatto sapere la Casa Bianca. Così come sarà all’estero il segretario di Stato, John Kerry. A sua volta, Netanyahu ha respinto l’invito ad incontrare alcuni senatori democratici: “potrebbe aggravare la percezione erronea di parzialità” di questo viaggio, ha affermato. “Io rispetto la Casa Bianca e il presidente degli Stati Uniti – ha inoltre detto – ma su una materia così decisiva, che può determinare o meno la nostra sopravvivenza, devo fare di tutto per prevenire un così grande pericolo per Israele”.

Giornale pro-Netanyahu attacca Obama

Tra il capo della Casa Bianca e il premier israeliano ormai i toni sono da ‘Guerra Fredda’: il quotidiano nazionalista Israel ha-Yom – notoriamente vicino al governo in carica – ha lanciato uno duro attacco al presidente Barack Obama. Un vistoso titolo di prima pagina, (‘Prende forma: un cattivo accordo’) e’ accompagnato da un commento polemico in cui si afferma fra l’altro che ‘‘nell’era di Obama è conveniente essere nemici degli Stati Uniti, e meglio ancora se si è un ayatollah’‘. Secondo il giornale, ‘‘laddove il governo israeliano vede persone cattive (l’Iran), l’amministrazione Usa vede invece persone potenzialmente buone’‘ e addirittura Teheran sarebbe per Washington “il nuovo sceriffo del Medio oriente che finalmente farà ordine’‘.

Secondo il quotidiano israeliano, Netanyahu ha dunque fatto bene a gridare ‘‘al lupo, al lupo’‘ quando ha denunciato l’accordo che pare stia prendendo forma fra le potenze del 5+1 e l’Iran.

La controversia sull’Iran e la smentita del Mossad

I negoziati sul controverso programma nucleare di Teheran sembrano fare passi avanti, e il premier israeliano è sempre più preoccupato:
“Sembra che le potenze occidentali abbiano ceduto sul loro impegno di impedire che l’Iran ottenga armi nucleari”.

Il pericolo della bomba atomica iraniana era incombente per Netanyahu, ma remoto per il Mossad. È lo scenario che emerge da uno dei documenti d’intelligence filtrati su Al Jazeera e sul Guardian, in quella che viene presentata come la più clamorosa fuga di notizie top secret dopo il caso Snowden, sullo sfondo del braccio di ferro che proprio il dossier Iran ha innescato fra lo stesso Netanyahu e la Casa Bianca.

Questa volta si tratta di documenti saltati fuori dagli archivi dei servizi d’informazione del Sudafrica: con vicende e carteggi che coinvolgono direttamente rapporti d’intelligence degli 007 d’Israele, Stati Uniti e Gran Bretagna.

La fuga di notizie ha sullo sfondo il braccio di ferro con Barack Obama proprio sul dossier iraniano.

Fra i file di quello che è stato già ribattezzato lo scandalo ‘Spycables’, spiccano le rivelazioni che riguardano il programma nucleare di Teheran rendendo esplicita la divaricazione – peraltro non inedita – fra la destra di governo israeliana e il Mossad: non solo nella percezione della ‘minaccia’, ma anche nelle valutazioni di fronte agli interlocutori internazionali. Stando ai documenti saltati fuori, si scopre infatti che a fine 2012 il Mossad si premurò di far sapere che Teheran non stava in effetti “svolgendo l’attività necessaria per la produzione di armi” atomiche, ma lavorava solo per avvicinarsi a obiettivi “apparentemente legittimi”, come l’arricchimento di uranio per i reattori. Valutazioni vecchie di un paio d’anni e tuttavia imbarazzanti per la leadership politica israeliana, tenuto conto che in quelle medesime settimane Netanyahu – dalla tribuna dell’Onu – sosteneva platealmente il contrario: mostrando allarmato il grafico di una bomba stilizzata che raffigurava l’Iran degli ayatollah a un passo (un anno) dalla realizzazione dell’ipotetica arma atomica.

Il Guardian e al Jazeera affermano di disporre di numerosi documenti confidenziali dei servizi sudafricani, pervenuti in forma digitale. Si tratta di informazioni raccolte per anni nel corso di incontri non solo con emissari del Mossad, ma anche con altri servizi segreti, fra cui quelli statunitensi e britannici. Per dimensioni, stima il giornale israeliano Haaretz, non si è troppo lontani dalla gigantesca fuga di notizie orchestrata dall’ex analista statunitense Edward Snowden all’origine dello scandalo Datagate. O ancora da quello del dossier di Wikileaks, promosso da Julian Assange.

Sulla questione Mossad-Netanyahu va d’altronde ricordato come l’ex capo degli 007 israeliani, il leggendario Meir Dagan, ‘dimissionato’ nel 2011, avesse in realtà già esposto in pubblico le proprie divergenze con il premier sulla gravità della minaccia iraniana. Minaccia ridimensionata esplicitamente anche da un altro ex capo del Mossad, Efraim Halevy.

Nei siti web israeliani viene intanto discussa la possibilità che dietro le rivelazioni del Guardian e di al-Jazeera possa esserci questa volta in qualche modo proprio la diplomazia dell’alleato statunitense, molto infastidita dall’intenzione di Benyamin Netanyahu di rivolgersi al Congresso in aperta sfida al presidente Barack Obama e al galateo diplomatico.

Le elezioni in Israele

In vista delle elezioni israeliane del 17 marzo, è testa a testa nei sondaggi per il Likud di Netanyahu e il Campo Sionista del duo Tzpi Livni-Isaac Herzog. Questi ultimi, secondo le proiezioni del sito Yedioth Ahronoth, sono in vantaggio per un solo seggio, 25 contro i 24 della destra di governo.

“Per la prima volta da molto tempo si è creata in Israele la possibilità concreta di un ribaltone politico”, ha dichiarato lo sfidante del premier in carica, il leader dell’opposizione Yizhak Herzog. Se la formazione che ora guida assieme con Tzipi Livni raggiungerà la meta dei 30 seggi (un quarto della Knesset) sarà certamente lui a formare il nuovo governo. Per ascoltare il leader laburista, in una notte di pioggia, si sono mossi in centinaia dalle cittadine e dai kibbutzim vicini. Mentre il premier concentra finora la propaganda elettorale del Likud in spot su internet, Herzog ha trovato opportuno percorrere decine di chilometri per dialogare con gli elettori faccia a faccia.

La visita di Netanyahu negli Stati Uniti a ridosso delle elezioni poteva offrire un vantaggio al premier ed è per questo motivo che la tv israeliana non manderà in onda la diretta del suo controverso discorso davanti al Congresso. Il presidente del Comitato Elettorale Centrale ha stabilito che dovrà esserci una differita di almeno 5 minuti, in modo da permettere il taglio di eventuali messaggi elettorali in vista del voto.