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"Me-Mo", il magazine digitale che unisce fotogiornalismo e tecnologia

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"Me-Mo", il magazine digitale che unisce fotogiornalismo e tecnologia

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Ucraina, Siria, Iraq, Libia… Le calme acque dei canali di Parigi sono uno scenario inusuale per vedere in azione fotorporter di guerra come il

Ucraina, Siria, Iraq, Libia… Le calme acque dei canali di Parigi sono uno scenario inusuale per vedere in azione fotorporter di guerra come il Pulitzer Manu Brabo, Guillem Valle e Fabio Bucciarelli. I tre giovani fotografi sono al Bar “61”, ritrovo parigino di fotoreporter e giornalisti, per presentare la nuova rivista digitale Me-Mo, creata assieme a José Colon e Diego Ibarra Sànchez. Un prodotto innovativo che dà nuova vita – e nuovo spazio – al fotogiornalismo.

“Per noi Memo ha significato fare un passo in avanti, un passo naturale per provare una formula. Non crediamo certo che sia il paradigma del migliore fotogiornalismo, il meglio di quel che possiamo fare o l’ideale. È piuttosto una scommessa, il fatto di dire: bene, proviamo ad aprire una strada. Poi vedremo fin a dove ci porta”, racconta Guillem Valle.

Fabio Bucciarelli è autore di una delle fotografie simbolo della guerra in Libia: l’immagine di Gheddafi morto. Gli abbiamo chiesto quali sono oggi i rischi che corre un fotografo nei teatri di guerra. “Documentare un conflitto è sempre stato pericoloso, dai tempi di Robert Capa ad oggi. Quello che è cambiato è la figura del giornalista in zona di guerra. Per di più durante gli ultimi anni gli eserciti, sia che si parli di guerriglia o di eserciti regolari, hanno capito l’importanza del giornalismo e del fotografo in zone di guerra. Quindi addirittura non soltanto il giornalista non è più tutelato ma anzi visto come un target”.

Un rischio che Manu Brabo conosce bene: nel 2011 è rimasto prigioniero per 44 giorni. Assieme a lui era stato rapito anche James Foley, più tardi barbaramente ucciso dall’ISIL.

Ora Brabo è appena tornato dall’Est dell’Ucraina dove sta seguendo il conflitto sulla linea del fronte. Secondo te quella nel Donbass si può definire guerra civile? “Adesso come adesso, vista la dimensione che hanno assunto le cose, io credo che sia una guerra civile a tutti gli effetti. E la grande differenza con le altre guerre che ho coperto finora è sostanzialmente che in questo caso ero lì fin da prima che diventasse una guerra. Questo mi ha permesso di vedere tutta l’evoluzione. È come se a cominciare dalla Crimea avessi già visto dove sarebbero andati a finire i proiettili”, ha dichiarato Brabo

Anche la location per il lancio di Me-Mo non è stata casuale: la presentazione è stata fatta al “61”, il locale, alla periferia di Parigi, ideato da Remy Ourdan, giornalista di Le Monde, noto per aver seguito l’assedio di Sarajevo. Dunque un posto perfetto per parlare di fotografia, giornalismo, conflitti e guerre.

Obiettivo del magazine digitale: completa indipendenza, sia editoriale che finanziaria. Da notare la totale assenza su Me-Mo di pubblicità e la presenza di progetti realizzati in esclusiva nel corso degli anni. Un giornale che punta a raccontare in profondità i grandi temi sociali, conflitti e crisi umanitarie.

“Me-Mo è un progetto di grande successo, una rivista ben fatta direi. Mostra chiaramente il dinamismo del fotogiornalismo odierno, del resto qui al “61” ospitiamo sempre diverse mostre fotografiche”, ha sottolienato Rémy Ourdan.

Me-Mo è nato grazie a un finanziamento collettivo ottenuto tramite crowdfunding. La soglia dei 15.000 euro necessari per avviare il progetto è stata ampiamente superata con donazioni per un totale di 20.000 euro. Ora, dopo le presentazioni a Barcelona, Londra, e Parigi, i fotografi sono pronti a riprendere il loro lavoro di inviati di guerra.


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