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L'economia elvetica alle prese con l'impennata del franco svizzero

Neve, sole e tanti sciatori. Una scena normalissima in una stazione sciistica in questa stagione. Non però in Svizzera, dopo la brusca rivalutazione

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L'economia elvetica alle prese con l'impennata del franco svizzero

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Neve, sole e tanti sciatori. Una scena normalissima in una stazione sciistica in questa stagione. Non però in Svizzera, dopo la brusca rivalutazione della valuta nazionale nei confronti dell’euro.

Il 15 gennaio scorso, la decisione della Banca centrale elvetica di non intervenire più sui mercati per impedire al tasso di cambio di scendere sotto la soglia minima di un franco e venti per euro ha messo in ginocchio il settore turistico.

Da un giorno all’altro, la settimana bianca in Svizzera è diventata molto più costosa che nell’Eurozona. La piccola stazione sciistica di Grächen ha però saputo reagire in fretta.

Berno Stoffel, responsabile per il turismo di Grächen: “Il settore del turismo è stato colpito duramente perché siamo considerati un settore di esportazione. Ma produciamo in Svizzera, non possiamo spostare la produzione altrove. Allora abbiamo deciso di fare un’offerta ai nostri clienti, soprattutto a quelli che provengono dall’estero: dalla Germania, dalla Francia, dai Paesi bassi, dal Belgio. Abbiamo introdotto un tasso fisso di un euro a 1 franco e 35. Non abbiamo registrato disdette, al contrario. Per il periodo di fine stagione, a Pasqua, abbiamo molte prenotazioni. La gente vuole approfittarne e continua ad arrivare”.

All’iniziativa, lanciata nel 2011, partecipano un centinaio di operatori locali. Contro un pagamento in euro e in contanti, i clienti della stazione di Grächen godono di tariffe vantaggiose. E gli esercenti dispongono di riserve in euro con le quali finanziare parte dei loro investimenti.

E’ così che questo hotel ha pagato parte dei lavori di rinnovazione. Il direttore spiega che la chiave per continuare ad attirare i turisti è offrire servizi di qualità a tariffe vantaggiose. Il pagamento in contanti, poi, compensa in parte la riduzione dei prezzi.

“In questa epoca di internet e di prenotazioni online, abbiamo sempre dei costi – spiega Olivier Andenmatten, responsabile dell’Hotel Hannigalp – I costi dei portali online variano dal 15 al 20 per cento. Se riceviamo contanti, non dobbiamo pagare le commissioni sulle operazioni con carte di credito. I soldi entrano direttamente in cassa”.

Il turismo non è però l’unico settore dell’economia elvetica colpito dall’apprezzamento improvviso del franco svizzero.

Pesanti ripercussioni sono state avvertite dalle imprese esportatrici e dai loro fornitori, che concorrono alla metà del Prodotto interno lordo nazionale.

Bernard Rüeger, presidente della Rüeger SA che costruisce apparecchi per misurare temperatura e pressione, esporta il 90% dei suoi prodotti: “L’impatto immediato che abbiamo avvertito è sulle fatture aperte: vale a dire che i fornitori erano stati pagati prima del 15 gennaio, mentre noi abbiamo incassato solo adesso. In questi casi, la perdita è stata del 20%. Sul lungo termine, abbiamo dovuto prendere misure rapide per rimanere concorrenziali con i nostri amici francesi e tedeschi, che sono improvvisamente più economici del 20%. Questo ci ha costretto ad abbassare subito l’insieme dei nostri prezzi. Ma per assorbire un impatto di questo tipo ci vorranno dai 2 ai 3 anni. Sarà difficile adeguarsi a questa decisione della Banca centrale”.

Le previsioni di crescita per il 2015 sono state ridotte di un quarto. La conseguenza è che molte imprese temono di essere costrette e ridimensionare drasticamente i loro progetti di sviluppo.

Claudine Amstein, direttrice della camera di commercio dell cantone di Vaud: “Le imprese hanno un solo modo per rimanere competitive: devono analizzare l’insieme delle loro spese. Quelle energetiche, naturalmente, ma anche quelle relative ai fornitori, che andrebbero cercati di preferenza nella zona euro, e si dovrà cercare di migliorare i processi produttivi per ridurre i costi. Poi bisogna esaminare la politica salariale. Ci sono diverse opzioni: si potrebbero congelare gli aumenti salariali – un’ipotesi potrebbe essere questa – oppure diminuire le prestazioni offerte ai collaboratori”.

Allo studio anche tagli di stipendi, soppressioni di bonus, o pagamenti in euro per i lavoratori frontalieri.

L’elenco delle imprese che hanno già adottato alcune di queste misure si allunga, secondo l’UNIA, il più grande sindacato elvetico. La sua presidente, Vania Alleva: “C‘è un numero crescente di imprese che esercitano forti pressioni sui dipendenti. Vogliono abbassare gli stipendi, pagare in euro, o aumentare gli orari di lavoro. Non è giusto che a pagare siano i lavoratori, non è questa la soluzione. Al contrario, tutto ciò aumenterà le difficoltà economiche, abbasserà la domanda interna e creerà ancora più problemi di quelli che già abbiamo”.

La domanda interna risente anche del fatto che, nelle zone frontaliere, molti hanno cominciato a fare i loro acquisti oltre confine.

Per contrastare questa tendenza, la grande distribuzione moltiplica le offerte promozionali. I risparmi realizzati sull’acquisto di prodotti importati dalla zona euro si riflettono sui prezzi.

L’autosalone AMAG di Friburgo ha accusato un forte calo delle vendite all’inizio dell’anno, per la riduzione degli ordini di vetture aziendali. Ha quindi sollecitato e ottenuto riduzioni di prezzo da parte dei suoi fornitori.

Il direttore, Sergio Protopapa, spiega: “Il bonus del 15% chiamato ‘swiss netto’ sta funzionando. Ma ne avevamo davvero bisogno. Adesso speriamo di recuperare quello che abbiamo perso. Ma è chiaro che, per ogni vettura che vendiamo, realizziamo il 15% in meno di giro di affari. Dovremo compensare questa perdita aumentando le vendite”.

L’apprezzamento del franco svizzero contro l’euro e il dollaro ha anche seminato il panico tra le banche di gestione patrimoniale che si rivolgono a clienti stranieri.

Julius Baer, tra i più grandi nomi del settore, ha annunciato il taglio di 200 posti di lavoro.

Ma Michel Dérobert, direttore dell’Associazione delle banche private elvetiche, relativizza il problema: “Le banche private sono imprese esportatrici. Su di loro l’impatto è fuori di dubbio perché la base dei loro costi è in Svizzera, mentre le loro entrate sono in parte in valuta straniera. Serve una disciplina ferrea perché un’economia si adegui a una moneta così forte, ma è una disciplina salutare perché obbliga a specializzarsi in attività a più alto valore aggiunto”.

I prodotti di nicchia sono una delle chiavi della prosperità elvetica. Il marchio di orologi di lusso Hublot può contare su una tradizione secolare, ma anche, come spiega il suo direttore, sulla scarsa concorrenza straniera. Un fattore che permette di limitare le perdite.

Jean-Claude Biver, presidente di Hublot: “L’eternità racchiusa in un congegno! E’ questo che chiamiamo patromonio culturale. E il patrimonio culturale non muore mai!”

Da questa posizione privilegiata, i costruttori di uno dei prodotti più ammirati e imitati dell’artigianato elvetico vedono il futuro con ottimismo.

“Gli svizzeri sono condannati a migliorare sempre i loro prodotti, a innovare, a essere creativi, a cercare sempre la migliore struttura, la migliore organizzazione, a stabilire il prezzo più conveniente. – afferma Biver – Ogni sconfitta contiene in sé il virus, il germe del prossimo successo! Ed è a questo che bisogna aggrapparsi, perché ci porti verso il prossimo successo”.

L’economia svizzera spera anche nella Banca centrale europea: se riuscirà a rilanciare la crescita nella zona euro, i benefici ricadranno a cascata sugli esportatori elvetici.