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"Liberati, ma non liberi": 70 anni fa l'orrore di Auschwitz

Le storie dei sopravvissuti allo sterminio nazista nel 70esimo anniversario della liberazione del campo di concentramento

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"Liberati, ma non liberi": 70 anni fa l'orrore di Auschwitz

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“Considerate se questo è un uomo

Point of view

Siamo stati liberati, ma non siamo liberi

Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no”.

Da Primo Levi agli altri sopravvissuti dei campi di concentramento nazisti, la ricerca di una risposta ha impegnato tutta una vita. Per altri, il tempo di una vita non è stato abbastanza.

“Non ce la facevo. Era più forte di me. Ero perseguitato dai ricordi di quando marciavamo nel fango, degli ordini di non muoversi, della neve che ci arrivava fin sopra le caviglie – ricorda Claude Bloch – Nel 1983 poi sono tornato qui. Ma non per me. Per mia madre che ci ha perso la vita”.

Claude, matricola numero B3692, ha visto sua madre per l’ultima volta su questa ferrovia che collega Auschwitz a Birkenau. Fu caricata su un vagone pieno di altre donne e diretto verso le camere a gas.

Claude ha fatto ritorno ad Auschwitz mezzo secolo dopo e poi è ritornato più volte. Non solo per ricordare i suoi cari, ma anche per raccontare ai giovani, perché sappiano: “Immaginate degli uomini che arrivano. Si siedono, ma di fatto non ne hanno neanche il tempo. ‘Schnell, schnell’, ‘svelti, svelti’ gridavano le guardie, bisogna lasciare il posto agli altri”.

Molti dei sopravvissuti ai campi di concentramento nazisti hanno reagito spesso con il silenzio. Un silenzio lungo quanto tutta una vita.

Per alcuni c‘è stata, infine, la decisione di parlare, di testimoniare: “Siamo rientrati un anno dopo, quando la Francia aveva già ricominciato a ridere e cantare – ricorda Francine Christophe – E noi siamo arrivati con delle storie orribili, degli sguardi insopportabili. Spesso la gente non voleva ascoltarci. Ho provato a parlare con i miei compagni di scuola, ma mi hanno preso per una pazza. Era possibile credermi? No. Quanto accaduto era davvero potuto accadere? No”.

“Per me era insopportabile sentir dire che le camere a gas non erano esistite – spiega Benjamin Orenstein – E non solo perché tutte quelle persone erano state uccise, ma perché così si cancellava anche la loro morte. In qualche modo, mi sono quindi arruolato nella lotta al negazionismo”.

Anatoly Vanukevich è un ebreo polacco, passato attraverso Auschwitz e altri campi nazisti. Dopo la guerra ha vissuto al di là della “cortina di ferro”. Le autorità comuniste sospettavano degli ex prigionieri dei campi di concentramento. Stalin considerava i sopravvissuti come potenziali spie e per alcuni questo ha significato passare dai campi ai gulag.

“So che alcune donne hanno anche provato a cancellare con l’acido i loro tatuaggi con i numeri di matricola del campo di concentramento – dice Anatoly – Stalin non riconosceva i sopravvissuti. La nostra ‘Unione dei giovani prigionieri’ è nata solo diversi anni dopo la sua morte. Gli aderenti erano 160mila”.

Vanukevich ritiene di essere stato fortunato dopo la guerra. Ha iniziato a lavorare come assistente cuoco, ha studiato e ha scelto una formazione scientifica. Ma i ricordi di Auschwitz lo perseguitano. I cancelli del campo con quella freccia che indica una sola direzione, montagne di oggetti catalogati nei pressi dei forni crematori sono incisi nella sua memoria.

“Siamo stati liberati, ma non siamo liberi”, questa è la formula ripetuta da molti sopravvissuti.

“Io ho ripreso la mia vita abituale, ma perché ho avuto una fortuna straordinaria: quella di ritrovare entrambi i miei genitori – aggiunge Francine Christophe – Una cosa davvero rara”.

“Sono un uomo normale? Non posso risponderle. All’apparenza sono normale: parlo davanti a un microfono, guido addirittura un’auto, guardo la televisione, ogni tanto anche euronews – conclude Benjamin Orenstein – Sembro normale, ma non lo sono. In tutti noi c‘è qualcosa che si è interrotta. Un pezzo mancante che non riusciamo a sostituire. Sarà così per sempre”.