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L'effetto domino del calo del prezzo del petrolio

Negli ultimi sette mesi, il barile di petrolio ha perso oltre la metà del suo valore. Se la scorsa estate i prezzi superavano i 110 dollari, oggi si

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L'effetto domino del calo del prezzo del petrolio

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Negli ultimi sette mesi, il barile di petrolio ha perso oltre la metà del suo valore. Se la scorsa estate i prezzi superavano i 110 dollari, oggi si avvicinano ai 40. Il calo, dovuto essenzialmente alla sproporzione che si è creata tra domanda e offerta, sta producendo molteplici conseguenze: positive per alcuni e negative per altri; o ancora, positive e negative al tempo stesso. Eccone alcune, non sempre prevedibili.

- L’Opec, una scommessa dall’esito incerto

Non si può che cominciare dal cartello dei 12 Paesi esportatori, che concorre a circa il 40% delle estrazioni mondiali. E’ stata proprio la decisione dell’Opec, lo scorso novembre, di mantenere inalterata la produzione a trenta milioni di barili giornalieri, a determinare un eccesso di offerta rispetto alla domanda internazionale.

Una scelta essenzialmente politica da parte dell’Arabia Saudita, decisa a difendere le proprie quote di mercato di fronte all’avanzata dell’olio di scisto statunitense. La scommessa di Riyad è la seguente: con il barile di greggio vicino ai 40 dollari, buona parte della produzione statunitense, basata sull’estrazione dell’olio di scisto, finirebbe fuori mercato.

L’Arabia Saudita e i suoi alleati negli Emirati Arabi Uniti sembrano in grado di sostenere prezzi del petrolio così bassi, grazie alle riserve accumulate in passato. Ma non per un periodo di tempo indefinito. Di qui l’elemento di rischio, tanto più pressante per quei membri dell’Opec che fanno i conti con bilanci statali meno solidi.

- I produttori statunitensi di olio di scisto in difficoltà

A novembre, le concessioni di licenze per l’estrazione di olio di scisto negli Stati Uniti hanno subito un forte calo. Poi, nel mese successivo, sono tornate a crescere. Segnali contrastanti, che fanno pensare che occorrerà ancora del tempo per apprezzare gli effetti del calo del prezzo del petrolio sulla produzione statunitense. Per il momento, però, i produttori in Stati come Alaska, Nord Dakota, Texas, Oklahoma e Louisiana sembrano in difficoltà. In particolare le aziende più piccole e già indebitate, che rischiano di chiudere.

- Gli automobilisti negli Stati Uniti esultano

Con il prezzo del petrolio, scende anche quello dei combustibili. Ma non dappertutto allo stesso modo. Negli Stati Uniti, dove la benzina è tassata molto poco e l’influenza del calo della materia prima sul prezzo alla pompa è notevole, gli automobilisti possono festeggiare. Si calcola infatti che il calo del prezzo della benzina equivalga a un taglio annuale delle imposte pari a 150 miliardi di dollari.

- Gli automobilisti in Europa un po’ meno

Anche in Europa il prezzo della benzina sta calando, ma meno che oltreoceano. Un discorso che vale soprattutto per l’Italia, dove più del 60% del prezzo al litro dipende dalle accise. Queste ultime sono fisse, non sono cioè proporzionali al prezzo della materia prima.

- Ricadute positive per i consumatori

Oltre a risparmiare sui carburanti, i consumatori americani ed europei possono ora risparmiare anche sui prezzi dei moltissimi prodotti la cui realizzazione è legata direttamente o indirettamente al petrolio. Un dato che potrebbe dare slancio ai consumi e fare quindi da volano per l’economia. Diversi analisti avvertono però che, sebbene non sia in assoluto negativo per i Paesi importatori, il calo del prezzo del greggio è pur sempre legato a un rallentamento della domanda e della crescita globale. In Italia, ad esempio, alcune società energetiche come l’Eni hanno un peso significativo sugli indici di riferimento economici. Se queste società accusano il calo del greggio, questa situazione di difficoltà tenderà a riflettersi anche in ambito nazionale.

- Russia e Venezuela piangono

Russia e Venezuela, grandi esportatori di petrolio, sono tra i Paesi più colpiti dal calo dei corsi del greggio.

Oltre l’80% delle entrate del Venezuela deriva dalla vendita di petrolio. Sul Paese, aggravato da un’inflazione vicina al 65% e da un debito estero che continua ad aumentare, incombe lo spettro di un default.

La Russia è riuscita finora a mantenere in surplus le partite correnti. Ma un calo sostenuto delle quotazioni spingerebbe i conti in rosso. Va detto, poi, che Mosca ha già utilizzato una quota consistente delle proprie riserve valutarie per difendere il rublo dalla pressione speculativa e quindi non le restano più molte munizioni.

Data la crisi comune, non stupisce che il presidente russo Putin e il suo omologo venezuelano Maduro abbiano espresso l’intenzione di cercare insieme il modo per bloccare, o quantomeno frenare, il calo del greggio.