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Povera e un po' meno sexy. Il paradosso di Berlino, vittima del suo successo

Povera ma sexy. E ora anche un po’ in crisi d’identità. E’ il paradosso di Berlino e dello slogan coniato dal suo ex sindaco Klaus Wowereit, che ha

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Povera e un po' meno sexy. Il paradosso di Berlino, vittima del suo successo

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Povera ma sexy. E ora anche un po’ in crisi d’identità. E’ il paradosso di Berlino e dello slogan coniato dal suo ex sindaco Klaus Wowereit, che ha finito per corromperla.

Parole talmente azzeccate, da promuovere su scala mondiale una capitale, 25 anni fa ancora divisa e che dalla sua anomalia storica ha tratto apertura,spregiudicatezza e affascinante abbandono, divenuti il suo marchio di fabbrica.

“Berlino è povera ma sexy – ci dice il Dj Luca Torre -. E’ questa la sua specificità. E’ veramente povera. Basta guardare a qualsiasi altra capitale europea per rendersi conto di quanto siano diverse da Berlino”.

Samuel Severino, in arte DJ Luca Torre, era arrivato a Berlino 14 anni fa, seguendo la scena della musica elettronica. La città non è oggi però più la stessa.

“Quanto avevo trovato all’epoca è ora finito – racconta -. E’ iniziato con la Coppa del Mondo di Calcio del 2006, che portò un’ondata di stranieri in città. I prezzi hanno allora cominciato a salire molto rapidamente, e da allora hanno continuato a farlo”.

“Vivere qui per me è costoso – ci dice invece Amelie Fischer -. Devo prima trovare un buon lavoro”. Amelie è laureata in architettura. Come tanti altri, a portarla a Berlino era stato il binomio opportunità e prezzi ragionevoli.

“Per tre mesi, durante l’estate, la mia doccia non funzionava – ci racconta dal suo appartamento -. Lo scorso inverno era invece il riscaldamento che non funzionava, perché avevano raccordato male le tubature. Qui manca la maniglia della finestra e di inverno si gela. Sembra un bell’appartamento, ma viverci non è una passeggiata”.

Le gru continuano a disegnare l’orizzonte di una città che cresce e cambia volto in tempi rapidissimi. Cantieri e costruzioni si impossessano ormai anche di spazi un tempo abbandonati. (10/12)

“C’erano talmente tanti spazi vuoti, che prima bastava semplicemente trovare un locale e usarlo – racconta l’artista e performer Betty Stürmer -. Era sufficiente chiedere, o al massimo pagare una cifra simbolica, per poterci organizzarci delle mostre, delle feste…”.

Da qui le migliaia di giovani e artisti da tutto il mondo, che dalla caduta del Muro hanno cominciato a investire Berlino con la loro creatività. Atelier, laboratori e locali spuntati come funghi in cantine, garage e vecchi stabili abbandonati hanno però alimentato una nuova dinamica. Affitti un tempo stracciati, solo negli ultimi cinque anni, sono aumentati di oltre il 50%. Una domanda alle stelle ha spinto al rialzo i prezzi del mattone e destato nuovi appetiti di costruttori e operatori immobiliari.

“Qui al centro – dice ancora Betty Stürmer -, gli spazi cominciano davvero a mancare per iniziative a basso costo”.

La fama della città attira sempre più anche una nuova categoria di creativi, con capacità di spesa decisamente superiori.

“Tra le principali scene delle start-up tecnologiche che si stanno affermando in questo momento – penso quindi a San Francisco, New York e anche Londra che sta crescendo molto – Berlino è per me di gran lunga la più completa e la più bella”.

A parlare è Cat Noone, un’imprenditrice newyorchese che sta lavorando alla creazione di una piattaforma online per la creazione di e-book. E ha deciso di farlo da Berlino.

“Si parla molto di questa città, e credo a ragione – ci dice -. Tra la cultura, il fascino di Berlino e il fatto che stia evolvendo così rapidamente… Credo che sia questo a stregare tutti: il fatto di poter vivere in una città in piena maturazione e di poter crescere insieme a lei. Le trasformazioni in corso credo quindi che contribuiscano al fascino di Berlino. Ed è anche per questo che mi piace molto”.

C‘è poi chi ai bisogni dei nuovi arrivati prova a rispondere con la tecnologia. Tom Kirschbaum sta sviluppando un’applicazione per scoprire la città in mutamento.

“Credo che Berlino debba il suo fascino a un insieme di fattori – dice -. Accoglie numerosi talenti, è attrattiva sul piano culturale e l’atmosfera che ne risulta è eccitante. Pur non essendo poi costosa quanto Londra, offre poi una buona qualità della vita. Ed è per questo che in molti inviano a noi le loro candidature. Perché vogliono vivere a Berlino e non altrove”.

Una manna dal cielo per la compagnia, che ha avuto l’imbarazzo della scelta, nel selezionare il suo personale: una trentina di programmatori, designer ed esperti di marketing da ben 20 paesi.

“Le start-up sono diventate molto importanti per Berlino – dice Florian Nöll -. Con oltre 60.000 dipendenti rivestono ora lo stesso peso del settore turistico. Questa è l’importanza che le start-up hanno oggi nel panorama economico berlinese”.

Florian Nöll guida un’associazione che riunisce circa 2.500 start-up. Un osservatorio privilegiato anche sui mutamenti sociali e culturali della città.

“Ho notato che parti di Berlino sono diventate davvero internazionali – racconta -. Ci sono bar dove ormai si parla solo inglese. Ci siamo poi resi conto dell’arrivo di una nuova ‘cultura del fallimento’. La gente si è ormai resa conto che il fallimento è parte del processo di innovazione. E’ qualcosa che non sentirete mai in altre città tedesche, ma che qui è invece ormai una realtà”.

“La rivoluzione è l’unica soluzione”. Le scritte che sbiadiscono sui muri sembrano cedere a un cambiamento sociale ormai inarrestabile. Secondo molti nato addirittura qui, il “Kebab” è simbolo di un’immigrazione che per decenni ha ridisegnato la città. I 100.000 cittadini di origine turca sono appena un quinto rispetto al mezzo milione di residenti di Berlino, oggi provenienti da altri paesi. Un pubblico che dal 2002 ha anche un suo mensile in inglese: ExBerliner.

La proprietaria di un emporio che vende anche giornali ce lo mostra, fra quelli in esposizione “Qui nel quartiere è la rivista che si vende meglio – ci dice – seguita da queste due, ‘The Economist’ e ‘Time’”.

Quasi tutti i principali edifici dei quartieri più centrali sono stati rimessi a nuovo. Il boom dei prezzi ha allontanato i vecchi residenti, ma se Berlino si aggrappa all’identità declamata dal suo celebre slogan, è anche perché povera lo è davvero.

Frank Jahnke è portavoce dell’SPD al Parlamento di Berlino. “Il flusso di arrivi che stiamo vivendo porta Berlino a crescere di 40-50.000 abitanti all’anno – spiega -. Ciò pone ovviamente problemi sul piano delle infrastrutture come gli spazi pubblici, gli ospedali, i trasporti, le scuole per i bambini. Ovunque dobbiamo ormai costruire infrastrutture per tenere il passo con i nuovi arrivi”.

Grazie al sistema di contributi a cui partecipano tutte le regioni tedesche, Berlino ha finito lo scorso anno per ricevere oltre un terzo dei 9 miliardi di finanziamenti a disposizione. Molti abitanti non ne beneficiano però direttamente. Un quinto vive ormai dei sussidi di disoccupazione. Un settimo è a rischio povertà. E in sempre più rimpiangono la città che li aveva stregati.

“Berlino era davvero fantastica – torna a dirci Dj Luca Torre, con un pizzico di nostalgia -. La gente era rilassata, sorridente. Prendeva le cose con calma e con filosofia. Non era stressata come nelle altre capitali europee. Adesso invece è tutto completamente diverso. Per le strade non si sorride più, in metropolitana la gente è molto più stressata, c‘è più tensione nell’aria… Appena pochi anni fa non era affatto così”.

Ritroviamo infine la giovane architetta Amelie Fischer. Ed è a lei che affidiamo l’ultima parola.
“Se Berlino è ancora sexy? A dire il vero non saprei – dice – . Credo però che il problema sia un altro: che Berlino, ora, è povera e ricca. E che il divario si sta allargando”.