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Terrorismo: il ruolo crescente delle donne nella Jihad

Sempre più spesso si parla di donne attive nella Jihad: i gruppi del radicalismo islamico vengono presentati come estremamente conservatori, la donna

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Terrorismo: il ruolo crescente delle donne nella Jihad

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Sempre più spesso si parla di donne attive nella Jihad: i gruppi del radicalismo islamico vengono presentati come estremamente conservatori, la donna viene generalmente tenuta nascosta sotto un burqa, però partecipa sempre più spesso anche all’azione terroristica. Il perché lo abbiamo chiesto a Mia Melissa Bloom, docente all’Università del Massachussets e particolarmente esperta in materia di terrorismo suicida, donne e terrorismo, violenza sessuale come strategia di guerra e anche sul rapporto tra violenza politica e bambini.

“Il coinvolgimento di una donna in un’organizzazione terroristica – dice – porta gli uomini a vergognarsi e quindi quei gruppi possono dire cose come ‘se non vieni con noi, sei uno che si nasconde dietro alle donne’. In più, garantisce ai gruppi terroristi una continuità generazionale, perché quelle donne alleveranno i loro bambini in un ambiente in cui saranno portati a calcare le orme dei padri”.

“L’idea che le donne si radicalizzino solo perché hanno perso una persona amata è molto dubbia, soprattutto quando vedi immagini come quelle di Hayat Boumedienne, che indossa il suo hijab ma posa con una balestra. Era chiaramente radicale ben prima che il marito fosse ucciso”.

“Gruppi che non avevano mai fatto ricorso alle donne, gruppi come i Taleban, o come Boko Haram, e più recentemente Al-Shabab, hanno iniziato a usare sempre più spesso le donne.
E quindi, se queste che sono le società più conservatrici tra quelle affiliate ad Al Qaida hanno impegnato in prima linea le donne in regioni nelle quali le donne sono solitamente sequestrate dietro alle mura domestiche, e non si vedono mai in pubblico, vuol dire che stiamo assistendo a un utilizzo veramente strumentale della donna da parte di questi gruppi”.